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Il governo boliviano promuove l’idea del debito ecologico

Mermaid_Colour_300x374_96dpi «Hayaya Pachamama, per questo siamo qui». Per la vita della madre terra. E’ con queste parole che Angela Navarro, negoziatrice del governo della Bolivia, ha aperto il suo intervento all’incontro sul debito ecologico e sulla giustizia climatica promosso da una vasta rete di organizzazioni nell’ambito del programma del Klimaforum, il controvertice organizzato a Copenaghen dalla società civile. La Bolivia ha infatti avanzato la proposta di un emendamento che introduce la questione del debito climatico al testo del potenziale, ma sempre più lontano, accordo finale. Lo Stato andino ha ricevuto il sostegno di Malesia, Cuba, Micronesia, Paraguay, Sri Lanka e Venezuela.

di Caterina Amicucci* da Copenaghen

Nello stesso meeting anche Naomi Klein ha sottolineato che «il debito climatico è il concetto centrale di questi giorni. E’ chiara la relazione inversa tra chi ha generato il problema e chi ne soffre le conseguenze. Dobbiamo costruire un movimento di massa per dare forza a questa richiesta e generare il cambiamento». Un debito che è stato accumulato nel corso dell’ultimo secolo proprio da un modello economico incentrato sull’utilizzo indiscriminato delle risorse naturali del Sud da parte della minoranza del pianeta, che grazie a queste risorse ha potuto così svilupparsi. Non si tratta quindi di elemosina o di una nuova forma di aiuto allo sviluppo, ma di vere e proprie riparazioni. La proposta boliviana è sostenuta da un’ampia rete delle realtà della società civile mondiale, fra le quali Jubilee South e in Italia la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, cha nella capitale danese hanno dato vita ad un tribunale popolare sul debito ecologico.

Gli Stati Uniti non hanno perso troppo tempo per rispondere all’istanza boliviana. «Noi siamo ovviamente pronti a riconoscere le nostre responsabilità storiche ed il nostro ruolo di principali inquinatori, ma rifiutiamo categoricamente i principi del senso di colpa o delle riparazioni» ha affermato Todd Stern, capo negoziatore americano al summit Onu.
E’ quindi evidente che i governi occidentali, pur essendo disponibili ad ammettere in maniera generica le loro colpe e ad assumere impegni volontari, non hanno intenzione di sottoscrivere obblighi tassativi né tantomeno di reperire le risorse necessarie per sostenere le popolazioni del Sud nel fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico. Effetti che sono già devastanti in alcune zone del pianeta. Emblematica è la battaglia del piccolo stato di Tuvalu, sconosciuto fino a pochi giorni fa, ma che sta diventando il simbolo di questa quindicesima Conferenza delle Parti (COP15) di Copenaghen. Con i suoi 12mila abitanti distribuiti su 9 atolli nell’Oceano Pacifico del Sud, è uno dei paesi più piccoli del mondo. Sulle isole l’altitudine massima misura appena due metri. Se il riscaldamento terrestre non verrà fermato subito, Tuvalu rischia di scomparire in meno di 25 anni. In maniera preventiva, il governo locale ha già chiesto ospitalità per la sua popolazione alle vicine Australia e Nuova Zelanda. Ma non è tutto. Durante la giornata d’apertura del summit ha organizzato una protesta bloccando per qualche minuto i negoziati. Chi ripagherà gli abitanti di Tuvalu? Chi risarcirà una popolazione che non ha alcuna responsabilità specifica, perché ovviamente emette pochissimi gas serra, ma tra non molto si ritroverà senza le sue case, le sue terre, la sua storia? Come hanno riferito alcuni osservatori della società civile al summit ufficiale, pur di non incrociare i rappresentanti del piccolo stato di Tuvalu i negoziatori si guardano le scarpe…
In risposta alle posizioni americane l’ambasciatore della Bolivia Pablo Solon, ha dichiarato: «Ammettere la responsabilità per la crisi climatica senza intraprendere le azioni necessarie a fronteggiarla è come se qualcuno bruciasse la nostra casa e poi rifiutasse di pagare i danni. Anche se l’incendio è stato doloso, i paesi industrializzati hanno continuato ad alimentare il fuoco con la loro inazione. Il risultato è che hanno usato già i due terzi dello spazio atmosferico, privandoci dello spazio necessario al nostro sviluppo e provocando una crisi climatica di proporzioni enormi».
In questi giorni a Copenaghen appare sempre più chiaro che non è più possibile trattare il cambiamento climatico come un’emergenza ambientale, bensì come un nuova battaglia per la giustizia globale. Vedremo se se ne renderanno conto anche i negoziatori dei cosiddetti paesi sviluppati, oppure se si assisterà all’ennesimo buco nell’acqua.
*CRBM/Mani Tese

http://www.versocopenaghen09.org/

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