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Clotilde Peani

Quello che segue, a esser rigorosi, non è "saggio storico" nel senso "classico" della definizione. E’, tuttavia, uno dei capitoli di un lavoro scientificamente rigoroso, figlio di accurate ricerche di archivio. Costruito sui percorsi biografici di ignoti antifascisti, sceglie la via "narrativa", non si rivolge agli "addetti ai lavori", e prova a rompere, per quanto possibile, gli schemi accademici. Sarebbe già uscito, se mille impegni non mi avessero impedito di rispettare gli accordi presi con l’editore, ma diventerà presto un libro. Se la lettura risulterà noiosa, ditemelo con franchezza. Eviterò di inserire altre biografie.

Testimoni

Liberale si definisce il nostro Parlamento nel suo insieme. Questo tornare al vecchio è segno distintivo dei nostri tempi nuovi. Fatta l’Italia, abbiamo finalmente gli italiani: cattolici, socialisti e comunisti all’ombra di Smith, del Fondo Monetario e delle guerre infinite e umanitarie. Imperando il mercato, non siamo più lavoratori produttori, ma clienti consumatori e, d’altro canto, come non esultare? Liberale fu Crispi con le sue leggi speciali, il suo colonialismo di retroguardia che ci condusse al disastro di Adua, e liberali, uno dopo l’altro, furono Rudinì e Pelloux con gli stati d’assedio e le leggi liberticide, liberale fu Bava Beccaris, decorato per il fuoco a mitraglia aperto su inermi morti di fame, liberali furono i giudici che seppellirono sotto secoli di galera e domicilio coatto socialisti e libertari. Liberale fu l’Italia delle stragi proletarie, l’Italia della Libia aggredita e della grande guerra, coi carabinieri che sparavano nella schiena ai combattenti e i centomila nostri soldati finiti in mano nemica e lasciati morire di stenti dal nostro governo perché la resa divenne diserzione. Tutti così moderati, borghesi e progressisiti, che val la pena ricordare ai neofiti del capitale la sorte dei dissidenti ai tempi dell’Italia liberale verso la quale stiamo ritornando.


Anarchica

Clotilde Peani nasce a Torino il 18 aprile del 1873 [1], da una modesta famiglia di lavoratori, messa in ginocchio dalla crisi che investe l’economia europea, sconvolge il corso della moneta, frena bruscamente la “crescita” – araba fenice dei sacerdoti del “laissez faire” – ma non intacca l’incrollabile fede borghese nel mercato e nelle leggi del profitto. E’ in nome di questo credo che Marco Minghetti, deciso a colmare il disavanzo dello Stato senza rinunciare alle immancabili spese militari, come comanda la religione liberista, non trova di meglio che seppellire i lavoratori sotto una marea di tributi, esazioni e balzelli approvati da un Parlamento che ignora le imposte dirette, rappresenta esclusivamente se stesso e le classi agiate e si accinge a bocciare Scialoja e l’obbligo scolastico [2].
Il destino ha leggi sue intangibili e, a rigor di logica, Clotilde, non ha scelta: figlia di povera gente, le tocca in sorte un futuro classista da sartina, che l’oleografia borghese vorrebbe “signorinella pallida,” rassegnata e persa nei ricordi di un vecchio “notaro”. A scuola dura poco, appena il tempo di imparare a leggere, scrivere e a far di conto, poi la miseria la conduce in fabbrica, dove cresce rapidamente. E’ poco più che adolescente, quando prende a frequentare i socialisti libertari e a diffondere volantini, giornali e opuscoli “sovversivi”, che legge avidamente, imparando ben presto a cogliere gli interessi nascosti dietro le belle parole dell’amor patrio [3].
L’era democratica non è a priori favorevole alle donne”, è stato scritto. E non a torto [4]. Mentre le utopie socialiste sembrano collocarsi ancora fuori della storia, “il lavoro delle donne è un luogo tanto di supersfruttamento quanto di emancipazione” e “la società politica uno di esclusione e di riconoscimento” [5]. Clotilde lo impara presto a sue spese. “Nubile, anarchica” e naturalmente “di cattiva condotta morale”, secondo le formule burocratiche e la concezione “reazionaria” della vita, tipica dei questurini nella “liberale” età di Giolitti, la giovane donna si sottrae, consapevolmente al cliché della “moglie fedele” e della “buona madre di figli”, ma anche in questo caso non ha scelta e fa “vita irregolare”: ha opinioni politiche che portano il segno del pensiero di Bakunin, Merlino e Malatesta ed è fumo negli occhi per una società ingessata nei formalismi borghesi, che si proclama liberale, ma chiude in gabbia il dissenso e si lascia tentare dalle aberrazioni lombrosiane; un società che mostra di vivere la “Belle époque” con l’aria dissacrante del “café chantant”, ma diffida del sesso femminile, escluso dalla cosa pubblica e circoscritto nel limbo delle mura domestiche, e se ipocritamente ha per sante le madri e le sorelle, intimidisce le mogli e riduce le donne libere al rango di prostitute e cocottes.

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Il Blog di Giuseppe Aragno;  "Fuoriregistro".

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