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Obama, un anno dopo: tra illusioni e promesse da mantenere – 1

Il recente annuncio di Barack Obama in merito all’invio di decine di migliaia di soldati in Afghanistan ha riposto l’accento su un dibattito in realtà mai sopito e costantemente attivo in tutto il mondo ed anche nel nostro paese. Sarà Obama in grado di mantenere le sue promesse? Riuscirà a tracciare un segno di reale discontinuità rispetto all’era di George W. Bush e dei Teocon?

Da molte delle reazioni moltiplicatesi negli ultimi giorni in rete, ivi comprese quelle apparse sui vari social network, emerge una visione un po’ distorta e chiaramente idealizzata di Obama e delle speranze riposte nel suo primo mandato presidenziale. Mi riferisco, in particolare, alla galassia dei movimenti pacifisti, a chi in questi anni si è battuto contro le guerre in Afghanistan ed Iraq, ove sono stati in molti a manifestare delusione dopo aver constatato una sostanziale continuità, in merito all’Afghanistan, con le scelte della precedente amministrazione.

Ora, su questo aspetto va ricordato che sin dalla campagna elettorale, per le primarie democratiche prima e per la corsa alla presidenza poi, Barack Obama aveva in diverse occasioni chiarito che la guerra in Afghanistan andava continuata e vinta, utilizzando parole d’ordine, slogan e dichiarazioni programmatiche del tutto simili a quelle proprie del suo predecessore, sebbene inquadrate in una visione della politica internazionale più basata sul multilateralismo, su una diversa declinazione del primato statunitense nel mondo. Nei discorsi di Obama emergeva ed emerge, infatti, la netta distinzione tra Iraq ed Afghanistan, tra una guerra sbagliata ed un’altra pienamente condivisa perché, citando testualmente l’attuale presidente U.S.A, “non é una guerra che gli U.S.A. hanno scelto di combattere”.

Durante il discorso di ieri, in occasione della consegna del premio nobel per la pace, il 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America è tornato su questo argomento, rispolverando per l’occasione il concetto di guerra giusta (just war), nel quadro dell’equilibristico tentativo di conciliare il premio che stava ricevendo con la recentissima decisione di aumentare il contingente militare in Afghanistan.

Su questo bisogna riconoscere che il tentativo è stato portato avanti in maniera encomiabile, grazie soprattutto alla ben nota abilità discorsiva del presidente U.S.A., senza tuttavia, a mio avviso risultare del tutto convincente. Ma su questo avrò modo di tornare in un successivo post, considerato che il discorso di Oslo merita qualche riflessione più approfondita.

Ciò che vorrei evidenziare in questa sede è l’importanza di un’altra questione per la presidenza Obama, una questione che appare cruciale per valutare, fatti alla mano, se il presidente U.S.A. sia riuscito o stia riuscendo a portare a casa risultati politici significativi .

Se, infatti, è fuor di dubbio che sulla popolarità interna (attualmente in calo) pesano, come di consueto, la crisi economica e la conseguente crisi occupazionale, nonché le polemiche sui costi aggiuntivi legati all’invio di nuove truppe in Afghanistan, è altrettanto chiaro che per il prestigio politico di Obama, per verificare la sua reale capacità di mettere in pratica il suo “yes we can”, per tradurre in fatti concreti la parola chiave “cambiamento”, pronunciata ripetutamente in campagna elettorale, appaiono estremamente importanti due questioni: la lotta contro i cambiamenti climatici e la riforma della sanità (su cui avrò modo di soffermarmi successivamente); la prima questione, soprattutto, anche se non esclusivamente, per le ripercussioni a livello internazionale, l’altra più squisitamente interna.

Ebbene, sul primo tema, le dichiarazioni rese alla vigilia del vertice di Copenaghen, attualmente in corso, non sembrano far presagire esiti significativi da quel summit, da tempo, peraltro, indicato come un momento di svolta necessaria nelle politiche globali di lotta contro il riscaldamento globale.

Sul piano interno, l’ambizioso piano energetico nazionale presentato dall’amministrazione Obama, approvato dalla Camera dei Rappresentanti ed attualmente in discussione al Senato, rappresenta un banco di prova fondamentale del New Deal ambientale, a fronte dell’enorme pressione, condotta a suon di dollaroni, delle potenti lobby dell’energia (fossile).

E’ opportuno, in ogni caso, rammentare come il piano energetico, presentato da Obama sin dalla campagna elettorale presidenziale, sia un progetto di ampio respiro, con molteplici obiettivi a medio – lungo termine e che affronta i principali aspetti legati alla produzione, al consumo ed al risparmio di energia, nell’ottica preminente della sicurezza nazionale, che Obama vede strettamente legata ai problemi energetici. Un piano, peraltro, incentrato sul contestato meccanismo, tipico della cultura anglosassone, del cap and trade, che si traduce nel “commercio” dei c.d. permessi di inquinare.

Appare, comunque, prematuro esprimere oggi giudizi sulla base di questo primo anno di amministrazione democratica U.S.A., in materia ambientale, soprattutto nell’attesa dell’esito dell’esame parlamentare del suddetto piano energetico.

Nel frattempo la Cina, sfruttando la mancanza degli “intoppi democratici”, che caratterizzano il lungo iter del progetto di legge U.S.A., sta guadagnando punti nel percorso verso la green economy, grazie al massiccio utilizzo di tecnologie innovative, nonché a consistenti investimenti per le energie rinnovabili.

Ma è certamente a livello globale che l’annunciata svolta, presentata dallo stesso presidente U.S.A. con i contorni di un vero e proprio cambiamento culturale, deve necessariamente produrre effetti, stante l’indubbio carattere planetario della questione in oggetto. Non potrà bastare, in altre parole, qualche incentivo o finanziamento alle rinnovabili disposto in patria a connotare l’attuale amministrazione in senso ambientalista né, soprattutto, a certificare l’avvenuta svolta epocale in materia di energia, tale da lasciar traccia nei libri di storia. La vera inversione di rotta, da parte dell’amministrazione USA, comporta senza dubbio sul piano interno, ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas serra ma richiedendo soprattutto un chiaro ed inequivoco sforzo diplomatico che conduca ad un vero accordo nel vertice di Copenaghen, un accordo che indichi un percorso concreto di cambiamento e che si ponga nel solco tracciato dal Protocollo di Kyoto, migliorando quell’accordo per tentare di incidere in maniera significativa sugli attuali, oramai evidenti, effetti del riscaldamento globale.

Ciò rappresenterebbe soprattutto un segnale concreto da parte degli U.S.A. della reale volontà di incamminarsi sul sentiero multilaterale per un paese, che, è opportuno ricordarlo, non ha mai ratificato il Protocollo di Kyoto e che, più in generale, è uno degli Stati tradizionalmente più refrattari ad aderire ai trattati ed alle Convenzioni Internazionali (basti citare le numerose convenzioni in materia di diritti umani o il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale).

Nel caso del Protocollo di Kyoto, gli U.S.A. sono l’unico stato ad aver firmato il Protocollo senza poi ratificarlo, a fronte di 187 paesi che hanno proceduto alla ratifica.

Tuttavia, sin dalla già menzionata conferenza stampa resa lo scorso 15 novembre dal cosiddetto G2 USA-CINA, è apparso piuttosto probabile che chi si attendeva un accordo vincolante dalla conferenza di Copenaghen sarebbe rimasto deluso. I primi giorni di lavori nella capitale danese non hanno, come al solito, fornito risposte, ma solo dichiarazioni prudenziali, quali quella del presidente della Commissione Europea Barroso, che dimostrano ancora una volta lo scarso peso diplomatico dell’Europa, che pure su questi temi ha sempre giocato un ruolo da leader, ruolo che appare oggi sempre più essenziale a fronte degli atteggiamenti attendisti dei due principali inquinatori del pianeta, Cina ed U.S.A.

Se è evidente, infatti, il ruolo da media potenza giocato dall’Europa, nonché dai principali paesi che la compongono, a fronte dell’indubbio strapotere geopolitico e diplomatico delle due gradi potenze, USA e CINA, è altrettanto chiaro come l’Europa, e soprattutto i paesi del centro- nord Europa, con le loro politiche all’avanguardia in materia di sostenibilità potrebbero, anzi dovrebbero spendere tutte le loro energie politico-diplomatiche per giungere ad un vero accordo vincolante, il che costituirebbe un risultato che, oltre a far bene al pianeta, non potrebbe che essere una potente iniezione di fiducia e credibilità per il sempre meno influente e credibile ruolo geopolitico del vecchio continente.

Ma, tornando ad Obama, a mio avviso su questo tema il presidente U.S.A., avendo posto la questione energetica ed ambientale come uno dei pilastri della propria politica e come uno degli elementi più evidenti di rottura con le politiche della precedente amministrazione, si gioca una buona dose di credibilità.

Questione centrale, nei negoziati di Copenaghen è quella del contributo che dovrebbe essere fornito dai paesi più industrializzati ai paesi in via di sviluppo, per rendere economicamente sostenibile, anche in quei paesi, l’avvio di forme di sviluppo economico meno energivore e meno legate ai combustibili fossili. Su questo aspetto sono in pieno svolgimento le “scaramucce diplomatiche” tra U.S.A. e Cina.

Questa questione, centrale per l’intero negoziato e per il futuro di qualsiasi accordo globale in materia di global warming, riveste, peraltro, un significato ed una valenza più ampi; da come verrà affrontata e regolata si potranno, infatti, avere interessanti riscontri anche in merito alla visione ed alla politiche concrete della nuova amministrazione americana in tema di rapporti con “l’altro” mondo, quello che una volta si chiamava terzo mondo e che oggi, indistintamente, viene definito il mondo dei “paesi in via di sviluppo”.

In conclusione, se mi sembra eccessivo sostenere che la credibilità politica di Obama, specificatamente in materia energetica ed ambientale, sia tutta in gioco a Copenaghen, possiamo certamente affermare che un nulla di fatto o un passo falso al summit danese costituirebbero un grosso handicap di partenza nella difficile sfida lanciata da Obama alla “old ecomony”, oltre che alla prassi ed agli obiettivi politico-diplomatici della precedente amministrazione.

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