- Gennaro Carotenuto - http://www.gennarocarotenuto.it -

Dalla Colombia alla Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Santa Ana de Coro.

Arriviamo da Santa Marta(Colombia) a Maracaibo alle dieci del mattino dopo 12 ore di pulmino anziché 7 a causa del bus che prima si ferma con la batteria scarica e che poi buca una ruota.
Alla frontiera di Maicao non abbiamo nessun problema nonostante in precedenza ci avessero detto il contrario a causa delle tensioni Colombia-Venezuela.

La cittá é petroliera e piuttosto brutta; l’unico episodio emozionante é una rapina che si svolge a 15 metri da noi con due tizi senza casco in moto che armati di pistola rapinano con nochalance una signora in mezzo alla folla presente nella zona universitaria.
L’ostello sembra una caserma ed ha la tariffa per 12 ore soltanto ma ci avvisa di questo solo dopo 24 ore.
Truffati paghiamo, prendiamo gli zaini e andiamo al Terminal dei bus sperando di trovare posti per l’ultima corsa per Mérida, quella delle 22.
Da Maracaibo a Mérida viaggiamo in un congelatore, temperatura interna 15 gradi.
Arriviamo dopo 12 ore di viaggio.
Mérida é una cittá universitaria circondata dalle Ande e si trova a 1500 metri d’altezza. Vanta il teleferico piú alto e lungo del mondo (arriva a Picco Bolivar, 4765 metri s.l.m) che peró é chiuso per ristrutturazione.
Qui ci fermiamo tre giorni.
Scopriamo che c’é il quinto anniversario dell’incontro internazionale dei trovatori e dei sognatori necessari; tre giorni di incontri culturali e musicali con concerti in un piccolo bar, in un auditorium universitario, in un centro sociale culturale ed in un parco.
L’ultimo giorno é il piú interessante; si apre con una marcia di suonatori armati di sombrero e di chitarra che partono da piazza Charlie Chaplin e arrivano al vicino parco dell’Isla dove poi terranno un concerto tutto il pomeriggio fino a sera.
Il piccolo corteo é aperto da una famiglia colombiana che gira in bicilcletta il Sud America suonando da otto anni; reggono tra le mani una bandiera Aymara con su scritto ‘Fuerza de la Paz’.
Cantano Bella Ciao.
Al concerto suonano cantautori e bande venezuelane(tra questi gli Iven di Merida, in attivitá da 30 anni), cubane (alla loro presentazioni ovazione per Cuba e per José Martí), colombiane ,peruviane e argentine.
Alla conclusione si uniranno tutti per un improvvisato ballo concluso con un inchino.
Per sei ore ascoltiamo musica di lotta e dignitá; musica andina, folk, salsa e poesie.
Sulle scalinate di fronte al piccolo palco ci saranno tra le 200 e le 300 persone che appludono e ridono, stanno in silenzio e si emozionano, che cantano e ballano.
Si sente e si respira la storia. Si sente entusiamo e la certezza che qualcosa di nuovo stia nascendo.
Si parla di uomo nuovo, di nuovo socialismo, di fratellanza e solidarietá, di fine di un Impero.
Di lotte indigene, di Madre Terra, di rivoluzione, di Bolivar, di istruzione, di antimperialismo, di libertá e unitá, di libertá per l’Honduras e di integrazione latinoamericana.
Qualcosa si sta cosruendo.
Si parla molto di popolo, di dignitá, di vita.
Si chiama la gente a stare all’allerta perché l’impero non dorme mai e le sette basi militari degli Stati Uniti guidati dal premio Nobel per la pace Obama installate di recente in Colombia ne sono la prova. Il golpe in Honduras idem..
La Colombia di Uribe, unica in Sudamerica insieme al Perú, ad aver riconosciuto le elezioni golpiste svoltasi Domenica in Honduras.
Tre giorni a Merida valgono la pena solo per questo incontro che ha emozionato e a tratti commosso.
Il Venezuela con Chavez ha visto nascere nuove Universitá pubbliche e gratuite; gli iscritti universitari sono passati da 450.000 pre-Chavez a piú di tre millioni con il comandante, forse l’unico che é riuscito a resistere ad un golpe di stato orchestrato dagli Stati Uniti (11 Aprile 2002).
Il barile del petrolio sul mercato oggi vale circa 100 dollari e con un euro(8 bolivar al cambio nel mercato nero) qui la gente compra piú di cento litri di benzina.
Numerose sono le macchine anni `70 come le Dodge, le 197 Checker marathon, Ford Mustang etc.
Si stima che le risorse venezuelane siano cosí numerose che se ne potrá usufruire per ancora 300 anni. Si stima anche che il prezzo del barile da qui a dieci anni salga a 500 dollari.
Immaginiamo del perché Chavez sia preoccupato delle sette basi militari americane al confine colombiano.
La sanitá e l’istruzione sono accessibili gratuitamente a tutti.
Recentemente sono aumentate le bollette dell’elettricitá per coloro che consumano piú di 500 kw mensili, circa il 15 per cento della popolazione.
In ogni quartiere miserabile, quelli dove nemmeno la polizia entra, sono state costruite cliniche ospedaliere gestite da medici cubani e venezuelani.
I mezzi statali sono efficienti (vedi la metropolitana cittadina) ed economici; una corsa in metropolitana vale 50 centesimi di Bolivar (un quattordicesimo di euro al mercato nero, piú utilizzato di quello ufficiale).
Si sta pensando di nazionalizzare le banche che sono state scoperte fare frodi, tra quete Banco del Caribe. Banco del Caribe che avuto l’ultimo anno di tempo per recuperare i suoi debiti e per mettersi in regola.
Ma che non ne ha aprofittato.
Il Venezuela sembra moderno e relativamente ricco e si nota il fatto che sia una nazione petrolifera dagli inizi del secolo scorso.
Da Merida siamo partiti il 29 Novembre per venire a Caracas.
Siamo partiti alle 9 e le dodici ore teoriche di viaggio risultano essere 19 perché i sospensori del bus si rompono (fermi piú di 4 ore fino all’alba).
Partiamo alle 21 e arriviamo il lunedí alle 15. Il bus non ha il condizionatore bensí il congelatore; lo stesso usato dai camion che trasportano carne.
Ci si ghiacciano le palle. Calzini usati come guanti e imprecazioni a non finire.
Mentre riparano i sospensori conversiamo con due militari graduati che ci danno la mano quando citiamo Simon Bolivar.
Si stupiscono quando gli raccontiamo il salario dei mercenari che vanno in Afghanistan e in Iraq e sembrano esserne schifati.
Il servizio militare non é obbligatorio ma tutti devono essere iscritti.
Alla nostra domanda rispondono affermativo.. In caso di guerra potremmo indossare le loro stesse uniformi come milizia volontaria straniera.
Sono dei bonaccioni; si parla di indigeni,di armi, del nostro viaggio, di Socialismo e di politica.
Alle 15 arriviamo a Caracas, la cittá é costruita in una vallata e si trova a 800 metri di altezza.
Intorno alla cittá fanno da cornice baracche in legno, in mattoni e di lamiera che si arrampicano sui monti. I cosidetti ranchitos. Tutti rigorosamente con l’antenna satelittare.
Sono una quantitá incredibile di baracche costruite l’una sull’altra che di notte illuminano i monti circostanti fecandoli apparire come enormi presepi.
La regola edilizia è quella del ”il mio tetto è il tuo pavimento”.
Da questi quartieri la gente scese in massa i giorni seguenti all’11 Aprile del 2002per rispondere al colpo di stato e per difendere il governo legittimo di Hugo Chavez.
Quelle dei ranchitos sono zone franche dove forse ci porterá Manuel, amico 62enne venezuelano che ci sta ospitando.
Manuel vive con sua moglie e il figlio Mario a 20 km da Caracas in un quartiere semiricco che ricorda i colli bolognesi o la Maddalena.
La zona é quella di Montaña alta.
Manuel e Yanis ci trattano da re; ci viziano con Provolone, prosciutto, vino bianco veneto, grana e parmigiano, rum Santa Teresa e Averna.
Concordano col processo della rivoluzione bolivariana; ci mostrano libri sul fallito golpe contro Chavez (‘Puente Llaguno, Hablan las vìctimas’ di Nèstor Francia), seguono con noi le notizie che arrivano dall’Honduras (62 per cento d’astensionismo), ci parlano di cucina italiana e di storia e cultura venezuelana.
Ci fanno mangiare e bere come pasciá e ci lasciano la casa a completa disposizione.
Ci consigliano le prossime tappe e offrono la loro disponibilitá per accompagnarci a Palazzo Miraflores e al Capitolio per cercare di avere qualche contatto con qualche deputato che possa fare da tramite per ottenere una breve e impossibile intervista col terribile Comandante.
Per la seconda volta (dopo essere stati testimoni delle lotte indigene in Perú e Bolivia) ci sentiamo in mezzo al cambiamento, dall’altra parte del muro; sentiamo il dolce odore di una rivoluzione pacifica, alla quale comunque manca ancora parecchia strada.
Dopo una notte passata a riassaporare i sapori di casa ci svegliamo e, preso il metrobus, arriviamo in Piazza Venezuela nel centro di Caracas.
Da lì ci incamminiamo verso Piazza Bolivar, sede del Palazzo Miraflores dove risiede il presidente.
Camminando incrociamo mezzi della polizia, un blindato dotato d’idrante, motociclette, jeep della Guardia nazionale bolivariana e membri della polizia militare.
Tutti sono dotati di divisa e di protezione ultramoderna che li fa sembrare tanti piccoli (mica tanto) robocop.
C’é una manifestazione dell’opposizione in favore del governatore di Miranda, regione di cui fa parte Caracas, Capriles Radonski.
Chavez vuole per il prossimo anno lanciare un referendum di medio mandato; un referendum consultorio tale e cuale a quello cui lui è stato soggetto poco tempo fa.
Tale referendum é previsto dalla Costituzione, democraticamente modificata da Chavez nel 2007.
Il referendum in questione sarebbe revocatorio; tutti i cittadini della regione di Miranda saranno chiamati al voto dopo due anni di governo Radonski.
In caso di voto favorevole Radonski continuerebbe il suo lavoro; in caso contrario si andrebbe a nuove elezioni.
Gli antichavisti hanno manifestato contro la possibilità referendaria l’1 Dicembre.
Dall’altra parte, fuori da Palazzo Miraflores e nei pressi di Plaza Bolivar, simpatizzanti chavisti e del Psuve si sono radunati per rispondere agli oppositori e per criticare fermemente la presenza al Palazzo di Enrique Mendoza, governatore di Miranda dal 1998 al 2004 e successivamente leader della Coordinadora Democratica.
Coordinadora Democratica che aveva l’intenzione di sostituire Chavez al Governo in caso di sconfitta di quest’ultimo al Referendum revocatorio del medesimo anno.
Referendum che Chavez superó senza problemi.
Enrique Mendoza é accusato di aver svolto un ruolo fondamentale nel tentato Golpe di Stato del 2002.
Per questa serie di motivi molti membri del popolo hanno di fatto assediato il Palazzo da mezzogiorno alle quattro del pomeriggio; solo a quest’ora Mendoza è riuscito ad abbandonare Miraflores scortato dalla Guardia Nazionale Bolivariana fin dentro all’adiacente stazione della metro, quella del Capitolio.
La gente urlava ”Chavez no se va”, ”Nunca mas el Golpe” e accusava Mendoza di fascismo e paramilitarismo.
La giornata s’è chiusa senza incidenti se non con qualche divisa delle forze dell’ordine imbrattata dal lancio di uova e monete.
Divise colpevoli d’aver fatto da barriera con i loro scudi tra i manifestanti e l’ex governatore.
Lasciamo la piazza e continuiamo a camminare in direzione ignota finché non c’imbattiamo in un cartello che pubblicizza un incontro culturale all’Università Bolivariana di los Chaguaramos; l’incontro è aperto al pubblico e tratta la questione indigena all’interno della Rivoluzione socialista bolivariana.
All’istante chiediamo informazioni e raggiungiamo l’Università, aperta da cinque anni.
Il complesso è moderno, dotato di campi sportivi, mense e diverse ali.
Molti graffiti-murales fanno da cornice nel campus; disegni di Simon Bolivar, del cantautore venezuelano Alí Primera, Ernesto Guevara, Malcom X, Allende, Martin Luther King, Sandino e altri eroi dell’America Latina e del mondo intero.
Diversi manifesti mostrano la dinamicità dell’Ateneo; incontri sulle basi militari americane in Colombia, sul Socialismo del XXI secolo, su una nuova idea di educazione, sulla tematica indigena..
Giungiamo alla sala dell’incontro:
Una ventina di persone sono sedute in cerchio su alcune sedie; gente di ogni età e per la maggior parte gente di sangue indio.
Arriviamo alla fase conclusiva e non ci resta che sederci in disparte ed osservare la fine di questo incontro durato due giorni.
Gli animi sono allegri ma fermi; si accusa la burocrazia ed il Governo di star continuando con la secolare colonizzazione delle popolazioni indigene.
Si accusa la demarcazione dei territori indigeni fatta dall’Esecutivo senza consultare le popolazioni, linea contraria a quella dettata dalla Costituzione bolivariana.
Si accusano le concessioni minerarie, gassifere fatte alle compagnie straniere; si accusano le installazioni di nuove basi militari nei territori ancestrali al confine con la Colombia; si accusano vecchi terratenenti corrotti che al confine con la Colombia vanno di combutta nei traffici illegali con i paramilitari colombiani ormai da anni.
Si esige la liberazione di Sabino Romero Izarra, líder della comunità Yukpa de Chaktapa,Sierra de Perija (Stato di Zulia), in carcere dal 21 Ottobre, colpevole di aver difeso e di difendere le terre ancestrali del suo popolo.
Alle ore 19 circa del 13 ottobre 2009 due persone sono morte e cinque sono state ferite, fra loro una bambina.
I morti sono Hevert García, figlio di García (Cacique del Río Yaza e sposo di Guillermina Romero, figlia dello stesso Cacique Sabino Romero Izarra della comunità di Chaktapa) e una giovane Yukpa, di nome Mireya Romero.
Sono risultate ferite la bambina di 11 anni Marylis Romero, figlia del cacique Romero; Edinson Romero nipote del Cacique Romero che ha ricevuto una pallottola nella schiena; Juan de Dios Castro, Manuel Romero e lo stesso Cacique Sabino Romero Izarra che si trova gravemente ferito con due pallottole, una in ciascun braccio.
I presenti in rappresentanza di differenti comunità chiedono la ristrutturazione della Commissione Nazionale di Demarcazione territoriale e una Auditoria esaustiva sul Piano Integrale Yupka, entrambe con la presenza delle comunità indigene.
I presenti all’incontro terminano scrivendo una lettera al Comandante Presidente della Repubblica Hugo Chavez Frìas chidendogli di essere ricevuti entro la fine dell’anno 2009.
I punti principali della lettera in questione per l’ennesima volta riguardano:

1.Concretizzare l’acquisto delle migliorie apportate alle aziende recuperate (richiesta ricorrente delle comunità Yupka e ordine presidenziale dell’agosto 2008) come condizione essenziale per creare una condizione di sicurezza e fiducia che possa consentire la demarcazione.

2.Partecipazione effettiva delle autorità ancestrali e tradizionali del popolo Yupka alla assunzione di decisioni su problemi che lo riguardino più direttamente come popolo, in conformità al diritto yupka ed alla legislazione indigenista vigente. Lo Stato deve includere il protagonismo indigeno in tutto il processo di demarcazione e in particolare nel processo della sua pianificazione.

3.Riformulare i procedimenti di consultazione pubblica. Nel caso Yupka, la consultazione deve avvenire comunità per comunità e rispettando il principio dell’informazione previa, libera e fatta in buona fede. I documenti importanti del processo di demarcazione Yupka devono essere tradotti nella lingua Yupka.

4.Garantire che la demarcazione sia conforme ai criteri di “Terre decontaminate, senza fattorie né miniere” come dalla richiesta espressa e permanente delle comunità Yupka.

5.La destituzione di Sergio Rodriguez, Viceministro della Progettazione e Amministrazione Ambientale del Ministero del Potere Popolare per l’Ambiente perché responsabile di avere gestito questa politica errata.

6.La revisione esaustiva della gestione della Ministra Nicia Maldonado, incaricata della definizione delle politiche verso i popoli indigeni.

Ci fermiamo a parlare con i presenti, tra le quali Beatriz Bermuda che lavora al Ministero dell’Educazione venezuelano e che da anni tratta le tematiche indigene, fino a sera.
Preparatissima e sanguigna si definisce libertaria e anarchista.
Parliamo con studenti indigeni, con attori della rivoluzione in corso, con indigeni della Gran Sabana e dell’occidente venezuelano.
Per quanto sia positivo e necessario per l’America Latina il processo rivoluzionario di cui Hugo Chavez è protagonista, non si può parlare di Bolivarismo e di Rivoluzione latinoamericana fintanto che le stesse comunità indigene non siano protagoniste come nella Bolivia del presidente Evo Morales.
Gli accordi commerciali non possono essere superiori alle tematiche ancestrali dei primi abitanti di questo continente; la sanità, l’educazione e il cibo non possono essere esportati in nome del Socialismo in terre dove la cultura è india, Yupka.
Le medicine moderne non possono sostituire le medicine tradizionali e secolari della Pacha Mama.
Molto probabilmente la maggior parte di queste scelte sono state adottate in buona fede ma certamente queste politiche sono contradditorie ad un Socialismo umanitario che parta dal basso.
Così facendo si contraddice lo spirito umanitario di questa rivoluzione e si cade nel Bolscevismo, molto probabilmente non per colpa di Chavez ma per colpa di alcuni terratenenti e di molti burocrati che lo circondano.
Ma Chavez deve rispondere e deve dare una svolta a questo gigante neo del Socialismo del XXI secolo.
Intanto si registra che la Colombia spende nell’ultimo trimeste il sei per cento del prodotto interno lordo in spese militari; Obama, il Nobel per la pace, invia 52.000 marines addizionali in Afghanistan; a Zelaya è negato il ritorno legittimo alla presidenza.
E viene da pensare che tutti questi tasselli non siano parte di un puzzle per una nuova strategia nordamericana in Latino America; una strategia che punti al Golpe silenzioso (come quello in Honduras, permesso dagli Usa e dall’Ue) e che si prepari all’invasione del continente (il Venezuela è circondato da basi militari americane).
Notizia positiva è la vittoria di Josè ‘Pepe’ Mujica..
Mujica, ex guerrigliero Tupamaro, è stato per 13 anni prigioniero della dittatura; per nove anni è stato isolato e torturato continuamente.
È il nuovo presidente della Repubblica in Uruguay; ha vinto con il 51,9% dei voti, superando il 50,4% con il quale Tabaré Vázquez era stato eletto cinque anni fa.
Il suo rivale, Luís Alberto’Cuqui’ Lacalle, del Partito Nazionale, si è fermato al 42,9% dei voti.
L’affluenza alle urne è stata superiore al 90% e non inferiore al 40% come nelle ultime elezioni farsa fasciste svoltasi in Honduras sotto l’ala protettrice di Obama e soci, l’ultimo della lista Silvio Berlusconi.
Ci apprestiamo a lasciare temporaneamente Caracas per dirigerci a Coro e Puntofijo, terra natale del poeta-cantante Alí Primera (morto in uno strano incidente stradale il 16 Febbraio del 1985) e città coloniale a sette ore dalla capitale.
Prima faremo un’ultima tappa al mercato del Cimitero, il più grande ed economico della città, nei pressi di uno dei tanti barri periferici e popolari che circondano il centro.
Continuiamo a camminare sempre sentendoci dall’altra parte del muro, nel mezzo della storia.
Lontani dall’impero.

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