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Siamo tutti "giornalisti terroristi"

di Annalisa Melandri

www.annalisamelandri.it

La Asociación Bolivariana de Periodistas ancora non è nata e già è stata oggetto di attenzione da parte dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti.

Il giornalista colombiano residente in Australia Luis Ernesto Almario, corrispondente di Radio Café Stereo, collaboratore dell’ Agencia Bolivariana de Prensa e dell’ Asociación Bolivariana de Periodistas è stato fermato mercoledì scorso all’aeroporto di Los Angeles mentre era in transito diretto a Caracas per partecipare al Congresso Costitutivo del Movimento Continentale Bolivariano (nato dal Coordinamento Continentale Bolivariano) e al primo incontro internazionale di giornalisti e operatori dell’informazione bolivariani che avrebbe dovuto sancire la nascita proprio dell’ Asociación Bolivariana de Periodistas.

Luis Ernesto Almario è stato trattenuto per circa 24 ore in aeroporto, interrogato da membri dell’FBI e della CIA, accusato di essere un “giornalista terrorista” al soldo delle FARC, minacciato in quanto tale di essere trasferito a Guantanamo, ricattato e rispedito in Australia (nonostante l’intervento del console a Los Angeles) dopo avergli sequestrato la memoria USB nella quale era contenuto il suo lavoro e la bozza di un libro in corso d’opera.

Il sig. Almario che aveva raccolto con sacrificio il denaro per l’acquisto del biglietto aereo si trova adesso di fatto impossibilitato a raggiungere Caracas per partecipare agli eventi in programma. Potrà farlo soltanto riacquistando un nuovo biglietto.

Quello che gli è successo rimanda a quanto già avvenuto qualche mese fa al giornalista colombiano Hernando Calvo Ospina e anche al consigliere del Parlamento Europeo del gruppo Sinistra Unitaria (GUE/NGL), Paul Emile Dupret, i quali – in occasioni diverse – durante il loro volo Parigi/Città del Messico, furono informati dai membri dell’equipaggio (in entrambi i casi la compagnia aerea era Air France) che gli Stati Uniti non avevano concesso l’autorizzazione al sorvolo del proprio spazio aereo al velivolo dell’Air France perché la loro presenza a bordo poteva attentare alla sicurezza dello Stato.

Quanto avvenuto si ricollega infine a una serie innumerevole di soprusi, prepotenze, arresti ingiustificati come quello dell’avvocato colombiano difensore dei diritti umani, Athemay Sterling, detenuto in carcere negli Stati Uniti con le stesse accuse mosse contro Almario, per arrivare fino al massacro premeditato compiuto il 1 marzo del 2008 contro l’accampamento diplomatico delle FARC a Sucumbiós in Ecuador dove hanno trovato la morte quattro giovani studenti messicani oltre al numero due della guerriglia colombiana Raúl Reyes e altri venti guerriglieri.

Attacco compiuto in territorio neutrale al conflitto colombiano in spregio a ogni trattato internazionale tra Stati e alla legislazione internazionale in materia di diritti umani.

Se essere “giornalista terrorista” è l’accusa che ci muove il potere gestito da criminali, se essere giornalisti al soldo della guerriglia colombiana è l’accusa che muovono l’FBI o la CIA in combutta con i servizi segreti colombiani contro chiunque utilizza la parola, l’intelletto e il senso critico per denunciare i crimini di Stato commessi in Colombia, se essere “giornalista terrorista” vuol dire essere attenti osservatori di quanto accade in un paese martoriato da una dittatura mascherata da democrazia, allora sì, confessiamolo apertamente e senza timori che siamo tutti giornalisti terroristi al soldo della libertà e verità. Che potete anche chiamare guerriglia.

D’altra parte è sempre la dignità che fa la differenza.

Tutti quei servi del potere che si vendono oggi, come facevano in passato, per coprire e nascondere il terrorismo di Stato, in Honduras come in Irak, in Israele come in Vietnam, sono e resteranno sempre succubi dei potenti. Che potete anche chiamare giornalisti.

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