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Nucleare: minaccia iraniana o pericolo pakistano?

Nel momento in cui l’Iran è nell’occhio del ciclone per la sua presunta, ma piuttosto probabile, volontà di diventare l’ennesima potenza nucleare del pianeta, un’altra minaccia ben più concreta si profila all’orizzonte geo-strategico contemporaneo.

Sempre più spesso, infatti, dagli ambienti militari e diplomatici occidentali, ed in particolare statunitensi, trapela una certa inquietudine per la crescente instabilità politica all’interno del Pakistan e, quindi, per i destini dell’arsenale atomico presente in quel paese, stimabile in circa 60 testate nucleari.

Da almeno un decennio il paese islamico si è dotato, tra i timidi malumori e le incerte ed altalenanti pressioni delle potenze occidentali, dell’arma atomica, parallelamente e specularmente allo storico nemico indiano.

Ora, la cronica instabilità di quel paese, la cui rilevanza strategica si è notevolmente accresciuta nell’era della “guerra globale al terrorismo”, tende a declinarsi sempre più nell’evidente (e preoccupante) escalation da parte dei movimenti islamisti, che sembra stia contaminando anche l’istituzione chiave della politica e della sicurezza nazionale, l’esercito, come ben evidenziato dall’ultima, recentissima, inchiesta di Seymour Hersh.

Ciò, unitamente alla tradizionale ambiguità del ruolo svolto dai servizi segreti pakistani (il famigerato I.S.I.) rispetto ai movimenti fondamentalisti, contribuisce ad alimentare sempre più le inquietudini per la sicurezza delle testate atomiche presenti nel paese.

Tale minaccia appare oggi ben più significativa rispetto all’ipotetica e futura arma atomica iraniana, non soltanto per l’attualità del pericolo, ma soprattutto per le ben diverse prospettive interne dei due paesi, sulle quali meriterebbe soffermarsi in maniera più approfondita.

In questa sede ci limitiamo a rilevare, da un lato che i sintomi recenti di senilità o malattia del regime degli Ayatollah, anche laddove conducessero quel regime, in tempi brevi o medio-lunghi, alla fine o ad una crisi irreversibile, non sembrano, dal quadro che oggi si delinea, poter aprire la strada ad una nuova escalation fondamentalista, laddove in Pakistan i movimenti integralisti, mai al potere, costituiscono un potente fattore destabilizzante e quindi una fonte di estrema preoccupazione per la sicurezza dell’arsenale nucleare lì presente.

Ciò che è indubbio, il passato recente ce lo insegna, è che il regime di Islamabad, sia per le caratteristiche politico-istituzionali, sia per il retroterra socio-politico, appare molto più esposto a perpetuare la propria condizione di instabilità, di quanto non sia prevedibile, nel futuro prossimo, una prolungata situazione di instabilità della vicina potenza persiana.

La vicenda iraniana evidenzia, ad ogni modo, per l’ennesima volta, le contraddizioni e le ipocrisie di un sistema di sicurezza globale, e nucleare in particolare, governato e modellato dalle grandi potenze, a partire dai cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza ONU, altrettante potenze nucleari da più di mezzo secolo.

Sin dall’approvazione del Trattato di Non Proliferazione nucleare (firmato dalla gran parte dei paesi nel 1968 e ratificato dagli stessi a partire dal 1970), all’indomani delle fasi più acute della guerra fredda, apparvero evidenti i limiti nel pur necessario, e per vari aspetti positivo, tentativo di porre fine all’escalation nucleare che aveva caratterizzato i decenni precedenti.

In primo luogo, il trattato non metteva in discussione, in maniera significativa, lo stock di armamenti nucleari posseduto dalle suddette grandi potenze; in secondo luogo, sebbene il TNP sia, ad oggi, uno dei trattati caratterizzato dall’adesione più estesa ed universale, va sottolineato come tra i pochissimi paesi che non hanno mai ratificato e nemmeno firmato il trattato figurino potenze molto rilevanti, sul piano geopolitico e strategico (Israele, India e Pakistan), che, non a caso, sono le uniche (fatta eccezione per la Corea del Nord) “nuove” potenze nucleari, ossia paesi che si sono dotati dell’arma fatale dopo l’approvazione dello stesso TNP.

Non vanno poi dimenticati quei paesi, potenze nucleari (es. Francia) e non (es. Germania) tutte firmatarie del TNP, che hanno, nei fatti, aiutato in maniera significativa ed essenziale l’affermazione delle nuove potenze nucleari.

Oggi l’incubo della bomba non è più al centro della dialettica politica; possiamo, quindi, affermare che quel muro crollato 20 anni fa e la successiva implosione dell’impero sovietico, se da un lato hanno fatto venir meno quell’edificio bipolare, di cui “la bomba” pareva costituire il principale elemento stabilizzante, dall’altro hanno determinato un chiaro e netto crollo di attenzione verso il pericolo dell’arma atomica.

Tale evidente cambiamento è agevolmente riscontrabile soprattutto nell’immaginario collettivo ove, in particolare dopo l’incidente di Chernobyl, l’incubo nucleare ha smesso, in larga parte, di identificarsi con l’incubo della bomba, divenendo, in maniera più che comprensibile, l’incubo del nucleare tout court.

Tutto ciò ha avuto, altresì, un inevitabile e progressivo (anzi regressivo) riflesso sui movimenti pacifisti e nonviolenti, peraltro giustamente impegnati sugli effetti, più tangibili e attuali, delle armi c.d. convenzionali e delle loro recenti e terribili mutazioni ed evoluzioni.

Tale calo di attenzione si è, in parte, attenuato a fronte dell’emergere di nuovi candidati al club delle potenze nucleari (Corea del Nord e quindi Iran), dopo che l’ingresso nella élite atomica di India e Pakistan, come detto, non aveva scosso più di tanto né l’opinione pubblica mondiale, né, tanto meno, gli equilibri politici globali.

Ma nel contesto post-guerra fredda, con la fine del vecchio equilibrio bipolare, si sono ben presto delineati scenari inquietanti e potenzialmente disastrosi sul piano della sicurezza globale, legati soprattutto alla disgregazione dell’enorme impero sovietico ed al conseguente fiorentissimo mercato di armi e materiali bellici, anche nucleari, alimentato soprattutto da diversi paesi ex sovietici.

Su questo quadro, già sufficientemente preoccupante, si inserisce la crescente instabilità che caratterizza alcuni paesi chiave dello scacchiere mediorientale, accentuatasi a seguito delle politiche di “guerra infinita”, portate avanti dalla coalizione guidata dagli USA dopo l’11 settembre.

Risulta evidente, in questa cornice, il ruolo chiave del Pakistan, il più popoloso stato islamico della zona, l’unico paese che riconobbe il regime afghano dei taliban, ma al contempo alleato d’obbligo dell’occidente proprio in quella non meglio identificata guerra globale al terrore, in cui i taliban sembra stiano all’altra parte del campo…

Questo paese, come detto, è anche una potenza nucleare e non sembra chiaro, per tornare alla bella inchiesta di Hersh, se e come l’occidente e gli USA in particolare, possano e vogliano intervenire, qualora la sicurezza delle testate nucleari pakistane (ribadiamo, almeno 60) fosse davvero in pericolo.

La profonda ambiguità dell’alleanza Usa-Pakistan e la crescente diffidenza che lo stato mediorientale e i suoi uomini più influenti, soprattutto in ambito militare, manifestano nei confronti dell’ingombrante alleato occidentale, gettano più di un’ombra e suscitano profonde inquietudini sui possibili scenari futuri.

Emerge, allora, ancora una volta l’esigenza di tornare a percorrere il sentiero del disarmo nucleare; occorre immaginare una nuova strategia, che vada oltre la miope politica condotta finora dalle grandi potenze; si tratta, forse, di uscire dalla politica del “io non disarmo se gli altri non disarmano prima di me”, che ha caratterizzato e continua a caratterizzare le scelte, o meglio le non scelte, delle potenze nucleari.

L’unica strada sembra, quindi, essere quella dell’apertura di una nuova stagione multilaterale, incentrata sulla creazione di zone denuclearizzate, libere dalla minaccia atomica, partendo preferibilmente proprio dalle zone più critiche del pianeta, in primis il Medio Oriente; è il caso, in altri termini, di provare a costruire un diverso equilibrio, di tentare di tracciare un diverso percorso di pace che, necessariamente, dovrà passare per l’abbandono, progressivo quanto si vuole, ma abbandono dello strumento atomico come presunta arma di deterrenza.

Tale riflessione non potrà prescindere dalla presa d’atto che, sebbene la crisi dello stato-nazione non ne faccia presagire al momento la scomparsa o l’eclissi, l’emergere su scala locale e globale di attori politici e sociali, la cui identità ben difficilmente può essere inquadrata nei vecchi schemi della politica internazionale, incentrata sugli stati nazionali, impone necessariamente un ripensamento delle stesse modalità dell’azione politico-diplomatica, prima ancora che militare.

Certo, proprio in quella parte del mondo sembra si stia andando nella direzione opposta, ma, evidentemente, se non emergerà una nuova strategia globale, se non si proverà ad immaginare una nuova cornice, un nuovo quadro realmente e radicalmente diverso, in cui ripensare le politiche e lo stesso concetto di sicurezza globale, iniziative quali quella iraniana, pur illegittime sul piano giuridico, nel quadro degli obblighi assunti con il TNP, appariranno o potranno apparire, per tutte le ragioni sopra rammentate, più che giustificate sul piano politico e strategico.

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