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Signori di altri tempi nella società moderna

Il 5 dicembre del 2008 il giornale Il Tirreno, nella cronaca locale, titolava così l’articolo sulla morte di mio padre: "signore di altri tempi".

Sulle prime il titolo mi lasciò un po’ perplesso, rimandandomi a pensieri su persone bacchettone e moraliste, ma in realtà il tono del pezzo era diverso, come quello del giorno prima.

La storia di mio padre in sintesi ripercorre il cammino di un uomo di sinistra, influenzato in gioventù dallo zio, (persona colta, sensibile, intelligente, ufficiale dell’esercito italiano di stanza in Jugoslavia, dopo l’8 settembre ‘43 si era unito ai partigiani di Tito, fu ucciso in combattimento da una pattuglia delle ss), che dopo aver vissuto sulla sua pelle di "balilla" i disastri del fascismo,si era iscritto giovanissimo al partito comunista.

A quei tempi, per iscriversi a quel partito, era necessario essere presentati da un iscritto più anziano che garantisse per il rigore morale integerrimo del nuovo candidato.

Eletto più volte nel comitato federale, associò all’impegno politico quello sindacale, arrivando negli anni’70, ai vertici regionali della cgil di categoria.

Quello però che, secondo me, ha reso straordinaria la sua esperienza, è stato il totale rifiuto del compromesso politico, della logica del nepotismo e delle raccomandazioni,del raggiungimento di fini personali approfittando della posizione. Questo approccio onesto alla politica, al sindacato, alla cosa pubblica in genere, se all’inizio lo fece prevalere, a lungo andare lo rese figura "scomoda" agli apparati.

Mi ricordo ancora i suoi scontri con la federazione del partito a causa della sua apertura, nella sezione centro del PCI della quale era segretario, ad una radio libera gestita da giovani non iscritti, a seminari su energia e ambiente molto partecipati da cittadini ed esperti del settore, ma sgraditi appunto ai vertici perché ritenuti contrastanti con le linee del partito.

Ricordo i turni festivi di lavoro saltati volontariamente, per recuperare i giorni di permesso sindacale che lo impegnavano fuori città, evitando i “privilegi” che il suo incarico gli avrebbe permesso.
In prima persona posso ricordarmi, per esempio, dei miei primi lunghi periodi da disoccupato, quando per uno nella sua posizione, seguendo le sgradevoli logiche dell’italietta, sarebbe bastata una telefonata per trovarmi un lavoro.

E infatti, anche nei primi anni ‘80, non lo capivo. Non capivo la sua ostinazione a non adeguarsi, come la maggioranza della società, al "cambiamento dei tempi", al rifiutare il consumismo dilagante, il modernismo rampante della società dell’immagine, dell’impoverimento culturale nei media, nella televisione. I suoi tentativi di far ripudiare ad un adolescente quale ero, i vestiti alla moda, il motorino di marca, i primi programmi televisivi dell’era berlusconiana, erano per me patetici, erano il segno che i suoi valori erano "vecchi" e non sarebbero più stati utili per noi giovani. Non capivo che il suo fine non era tanto rifiutare quelle cose in quanto tali, ma le idee, i concetti che rappresentavano, parte di quel declino culturale che avuto l’epilogo nell’egemonia del pensiero unico che viviamo oggi. Poi l’ho capito.

Nemmeno il suo partito, il suo sindacato corrispondevano più a lui, che incarnava la parte della sinistra "radicale", operaista, poco incline ai compromessi del periodo "migliorista". Infatti sul finire degli anni ’80, arrivato alla pensione, lasciò il sindacato e, sciolto il PCI, aderì con entusiasmo a Rifondazione comunista. Anche qui a Livorno la mia città, ri-nasceva 70 anni dopo da una scissione, tra mille difficoltà, un nuovo partito comunista e mio padre a 60 anni suonati raccoglieva la sfida di ripartire da zero. Ancora una volta, negli organismi dirigenti e come tesoriere data la sua "rettitudine cristallina".

Questi aggettivi, benché appropriati, se scollegati dal contesto della persona davano un immagine di lui come un moralista, invece della persona curiosa e aperta verso ogni differenza quale era.

Il suo rapportarsi strettamente più con le nuove generazioni che con i coetanei, fece sì che il suo impegno nel volontariato si traducesse in 2 mandati consecutivi alla presidenza provinciale dell’AVIS donatori sangue e del CESVOT poi. Il centro servizi volontariato gestisce i finanziamenti da destinare a progetti validi di attività di formazione e volontariato appunto, per cui, è inevitabile che il rigore morale di chi lo presiede sia ineccepibile.
Ma gli impegni personali in politica e nel volontariato non avevano contrastato in lui la consapevolezza della deriva culturale e morale del nostro paese. Negli ultimi tempi della sua vita avvertivo in lui la somatizzazione in dolore fisico del dilagare dell’indifferenza, dell’individualismo, dell’egoismo, dell’ignoranza della società italiana.

Lo vedevo soffrire nel prendere coscienza della sconfitta delle battaglie faticose e dolorose di una vita i cui risultati, in fondo, si erano vanificati e involuti nel giro di pochi anni. La curva del bilancio di conquiste dei diritti civili, sul lavoro, della partecipazione politica e sociale delle persone che aveva raggiunto l’apice negli anni 70, volgeva ora inevitabilmente al basso, in negativo. Ogni notizia di questo riflusso involutivo la sentiva personalmente sulla sua pelle, come un peso in più da portare.

Ma la consapevolezza che "un altro mondo era possibile" non lo faceva arrendere completamente e la partecipazione ad eventi tipo Genova 2001 erano ricariche al suo entusiasmo.

A 75 anni lo sentivo discutere con i coetanei in privato e in pubblico di apertura mentale verso le differenze,gli omosessuali,i migranti,i rom,di vera uguaglianza con le donne;di un altro metodo di sviluppo che non presupponesse produrre sempre di più per consumare sempre di più;di ricercare una nuova politica coerente e onesta meno di apparato e più vicina ai giovani,alla gente.

Parole che si infrangevano su mentalità ristrette dal qualunquismo, maschilismo, ignoranza, razzismo, di menti rincoglionite dalla televisione.

D’altronde si sentiva sempre più spinto al di fuori del sentire e del vivere comune, quasi un estraneo, con le sue centinaia di libri, con i suoi 2 o 3 quotidiani al giorno e internet, ai quali, la maggioranza della sua generazione, contrapponevano tanta televisione e partitine a carte al barrino.

Era quasi strano, quest’uomo che in tutta la vita aveva fatto quello che aveva pensato e detto di fare, che aveva mantenuto inalterati i suoi valori, non plasmandoli per adattarli di volta in volta agli eventi.
Per questo era inorridito da una cosa su tutte: l’indifferenza. Era come il nuovo sinonimo del "fascismo", dilagato indifferentemente in tutti i ceti sociali,a destra e a sinistra, come un virus.

Tornò sconvolto dalla commemorazione dei 4 bambini rom morti carbonizzati nella loro roulotte per un incidente, nella periferia della nostra città.
I commenti che aveva sentito da alcuni dei presenti (ma perché non se ne tornano a casa loro… tanto da grandi avrebbero rubato sicuramente…) lo avevano nauseato e ancora una volta, reso consapevole di una società sempre più rozza e ignorante, della quale non si sentiva più parte.
Con tutti i suoi limiti e difetti, di uomo "normale" non di eroe, tutti i suoi errori e debolezze e i dovuti paragoni, quanto dista questa figura da molte di quelle politiche e pubbliche attuali.

Che distanze siderali dalla "normalità" sentiamo oggi nella malafede e nel servilismo verso il potere o il potente nei loro discorsi nauseanti.

E’ ancora possibile in questo paese per un uomo "normale", sentirsi parte integrante di una società e poter avere incarichi relativamente di rilievo senza dover per forza, nel migliore dei casi, rimestare nel fango, non avere scrupoli, schiacciare tutto e tutti per i propri interessi.

La cronaca recente ha evidenziato, se mai ce ne fosse bisogno, che il degrado e l’aggettivo più democratico del nostro paese, delle nostre classi dirigenti, è bipartisan, ben spalmato ovunque.

Come ovunque sono le chiacchiere sulle questioni morali, che nessuno ha veramente volontà di affrontare, nemmeno il popolo italiano che volentieri assume con ammirazione, i comportamenti ignobili di chi sta ai vertici.
Mi manca, mio padre, mi mancano i suoi punti di vista, i suoi commenti, la sua esperienza, dalla quale partivo e mi rapportavo per cercare di comprendere meglio le cose.

Pensieri che non  necessariamente condividevo ma che tenevo ben in evidenza perché sicuro che erano frutto di un ragionamento obbiettivo e coerente e non il risultato di opportunismi e faziosità nascoste.

Mi manca, ma non solo inevitabilmente per l’affetto di figlio, ma per l’esempio che mi trovavo sempre accanto che ho condiviso con tanti, ma sfruttato troppo poco.

L’esempio che incarichi pubblici e rigore morale possono stare nella stessa persona.

Che coerenza,onestà e obbiettività non sono un optional ma  valori da tenere sempre in primo piano.

Che si può continuare a lottare anche dopo la sconfitta dell’impegno e del sogno di una vita.

Un esempio che paradossalmente risultava a volte troppo ingombrante anche per me.

La figura di un uomo "normale" e proprio per questo oggi, straordinaria.

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