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Cecilia, la ribelle

Santa Marta.

Cecilia ha quarant’anni ed è nata in un paese a poche ore da Nabusimake “donde nace el sol” in arhuaco, capitale della Sierra Nevada nei pressi di Valledupar a otto ore dalla città di Santa Marta in Colombia.
La Sierra è la formazione montagnosa costiera più alta del mondo e la sua vetta maggiore è di 5775 metri.
Dalle sue cime si possono vedere i Caraibi.
Cecilia è un’ india che ora vive al parco Tayrona, riserva colombiana di incantevole bellezza caratterizzata dallo spettacolo che offre l’incontro della selva, che arriva ad altezze di 900 metri, con le spiagge caraibiche.

Il Tayrona è parco nazionale di proprietà dello Stato dal 1969.

Precedentemente tutta questa area, consistente in 15000 ettari dei quali 3000 marini, era di proprietà di differenti famiglie.
Il parco era e rimane un luogo sacro per gli indigeni Arhuacos, Kankuamos, Kogi e Wiwa e tuttora, al solstizio d’inverno e a quello estivo, i Mamos, gli sciamani delle comunità, si recano a Pueblito per cerimoniare la Madre Terra, la Pachamama, affinchè sia mantenuto l’equilibrio cosmico ancestrale.
Pueblito oggi è una meta turistica che conta d’alcune terrazze in rovina che in passato fungevano da centri agricoli.
Per arrivarci bisogna inerpicarsi per un sentiero di pietroni ben ripido e lungo due chilometri e mezzo che inizia nei pressi della spiaggia di Capo San Juan.
Da Pueblito in tre giorni di camminata si può arrivare nel cuore della Sierra dove risiedono le comunità. Gli Indios scapparono per questa rotta all’arrivo degli spagnoli e lungo questo cammino costruirono la Città perduta.
Oggi a Pueblito vive solo una famiglia india che riceve i turisti e che bada al luogo.
Qui prima dell’arrivo dei conquistadores vivevano duemila persone.
Allora furono gli spagnoli a far da predoni; da quando il Parco è diventato riserva nazionale, il governo colombiano ha vietato ai nativi di viverci ‘spostando’ chi vi rimase sulla Sierra.
Qui è nata Cecilia e qui ha vissuto fino ad otto anni fa.
Da allora vive vendendo artigianato precolombiano al Tayrona.
Qui conobbe molti turisti tra i quali antropologi e studiosi che le hanno chiesto di far loro da guida per la Sierra.
In quegli anni il monte era territorio controllato tra gli altri da una formazione guerrigliera alternativa alle Farc Ep.
Questa organizzazione era belligerante nei confronti delle comunità indigene; minacce ed estorsioni erano all’ordine del giorno.
Quando Cecilia accompagnò un’amica svizzera, Micaela, sulla sierra fu inevitabile incrociare uno delle numerose brigate delle Farc che controllavano la zona.
Il comandante accompagnato da psicologi interrogò Cecilia sul perchè fosse venuta accompagnata da una straniera.
Spiegando che il fine era semplicemente culturale passarono senza problemi e continuarono lungo il cammino.
Cecilia conobbe il comandante del frente 59 delle Farc, Higuen Martínez Arias, El Indio, guerrigliero nelle cui vene scorreva sangue indigeno, noto per la sua astuzia militare e per la sua disciplina.
Fu contenta di conoscerlo perchè con le Farc che controllavano l’area finalmente potette tornare alla sua finca senza rischiare di essere vittima di saccheggi e minacce.
Cecilia non era delle Farc ma semplicemente non negava loro aiuto quando queste le domandavano cibo o piccoli favori.
In quei mesi divenne amica del Comandante.
Guerriglia e indigeni erano vicini e vivevano nello stesso territorio.
Nel 2007 el Indio fu tradito dalla guardia del corpo più fidata; gli spararono in fronte mentra stava dormendo e, come prova della sua morte da consegnare all’esercito in cambio della ricompensa, gli tagliarono la mano destra.
Nello stesso periodo i militari sferrarono un’offensiva sulla Sierra.
Cecilia passa da una narrazione all’altra e parla delle Auc, le autodefensas:
..Violentavano, sventravano e svisceravano le madri indigene di fronte agli occhi di figli e mariti che se piangevano venivano ammazzati. Costringevano i familiari a mangiare il cuore cucinato alla piastra dei loro cari.
”Bastardi indigeni non avete fame? mangiate! Abbiamo un sacco di carne per voi”..
Cecilia durante il suo racconto a tratti ride e a tratti piange.
Siamo seduti ad un tavolo di un campeggio di una spiaggia di Arrecife.
Quando ammazzarono l’Indio tra tutto ciò che teneva con sè trovarono un’agenda con distinti numeri di telefono.
Tra questi c’era il numero di Cecilia, lo stesso che tiene tuttora.
Andarono a prenderla al suo piccolo negozio e le dissero di accompagnarli in commissariato per un controllo.
Vi andò incosciente che la stessero arrestando.
Alla stampa i militari dissero che la catturarono tra i monti durante l’operazione Sierra Nevada. Falso.
L’accusarono di ribellione e la imprigionarono per cinque mesi.
Mentre era in carcere non sapeva quanto lunga sarebbe stata la sua prigionia.
Il marito l’abbandonò nel momento in cui lei aveva più necessità.
Sua madre morì mentre lei era in cella, fatto che le portò la solidarietà di tutte le carcerate.
L’accusarono di reclutare stranieri nelle Farc.
In carcere gli indigeni la nominarono lider.
Ha visto assassini, paramilitari, narcos e anche guerriglieri uscire di prigione grazie a bustarelle di qualche millione di pesos.
L’indio, l’unico che avrebbe potuto aiutarla, era morto. Aveva sulla testa una taglia di 800 millioni di pesos.
Ci descrive il carcere nei minimi particolari.
Racconta la storia delle due paramilitari lesbiche che si sono innamorate in cella.
Racconta di com’era vivere nel carcere misto di Valledupar.
Racconta del secondino che si innamorò di lei.
Di come tutti in carcere siano innocenti; di come chi ci resti sia sempre di una classe bassa e marginale.
Di come solo e sempre i poveri paghino.
Ci racconta di una delle brutalità e della perversioni peggiori che l’uomo ha crato; il carcere. Il non poter vedere il cielo.
Racconta anche di quando aiutò un guerrigliero ad abbandonare le Forze armate rivoluzionare colombiane e la Sierra recuperando una macchina e aiutandolo con essa a superare un posto di blocco militare insieme ad altri familiari e amici indigeni incoscienti di tutto.
E ride. Ride Cecilia.
Era un comandante che abbandonò la guerra per amore di un’indigena, da cui ebbe un figlio, che finirà col tradirlo e col farlo ammazzare per diventare poi la donna di un paramilitare.
Storie di sotterfugi e tradimenti.
Ci dice che chiunque abbia un’arma è malato.
Di quanto il governo sia corrotto e di quanto il tradimento regni in Colombia, ad ogni lato.
Narra di come da giovane si oppose all’autorità indigena che era colpevole di discriminare i nativi evangelici da quelli tradizionali.
Leader dei tradizionali era suo fratello maggiore Vicente.
Anche allora fu imprigionata in un carcere della comunità indigena per ribellione.
Per tutto questo ancora adesso la chiamano Cecilia la revolucionaria.
Non è più cristiana ma crede solo nella Madre Terra.
Ora è agli arresti domiciliari che sta evadendo.
C’è un nuovo processo in ballo e potrebbe tornare in cella.
Tornerà sulla Sierra solo quando i Mamos, gli sciamani che puntualmente consulta, le diranno che non rischierà nulla e che sarà sicuro.
Gli stessi sciamani che le dissero di avvisare l’Indio, il comandante, che presto avrebbe subito un tradimento.
L’Indio non l’ascoltò e disse che se fosse morto sarebbe morto lì sui monti da comandante.
Intanto Cecilia sta là a vendere artigianato, borse precolombiane e bracciali, a lato della spiaggia con la selva che le fa da aurea protettiva.
Non ha più un marito, i due figli sono entrambi lontani e uno di essi è diventato un ladrone e s’è affiliato ad una banda di strada mentre lei era in cella.
Ha tanta indignazione e tanta sete di giustizia. Lo si legge nei suoi occhi.
E sta scrivendo un libro grazie alle pagine del diario che riempì durante le disperate e interminabili giornate di prigionia.
Sulla Sierra Nevada non ci sono più le Farc se non laboratori di cocaina e paramilitari.
Quelli che Alvaro Uribe dice di aver smantellato.

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