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La Santa Mafia di cui nemmeno i tedeschi vogliono sentir parlare

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Tra lei e la mafia -si fa per dire- è stato amore a prima vista. Petra Reski già prima di essere una giornalista era andata a Corleone, una giovane studentessa tedesca con in testa la saga del Padrino. Ma già allora la Sicilia la spiazzò e le si manifestò priva di quel connotato romantico con cui l’aveva coltivata nel suo immaginario; le si rivelò sbiadita e desolata nel suo composto squallore di terra saccheggiata dentro e fuori,  coperta da quella coltre di silenziosa tensione che sovrasta le cose e le persone nei luoghi senza libertà. Da allora è passato molto tempo e Petra, storica inviata per l’Italia del settimanale tedesco Die Zeit, ha imparato a conoscere e riconoscere la mafia siciliana, la ‘ndrangheta, la camorra.

Il suo Santa Mafia è una specie di taccuino degli appunti di un’inviata di guerra, più di 300 pagine a metà tra il reportage e il diario personale. Pubblicato in Italia da Nuovi Mondi, è stato un caso alla sua uscita in Germania, poiché l’autorità giudiziaria tedesca ha preteso la censura di alcune parti del racconto, come evidenziato dalle strisce nere che coprono simbolicamente alcune righe e non rimosse definitivamente per volontà dell’editore italiano. I passaggi che nessuno deve leggere sono quelli in cui si rivelano affari e connivenze tra mafiosi italiani e uomini d’affari tedeschi. I giudici ne hanno imposto l’omissione  su richiesta di alcuni dei personaggi citati nel libro, peraltro già ben segnalati nei documenti giudiziari e nelle informative di polizia. “Ogni volta che passo le dita sopra quegli omissis, mi aspetto che restino macchiate di nero”, confida l’autrice nell’introduzione all’edizione italiana.

Il procuratore nazionale antimafia, Vincenzo Macrì, calabrese, deve aver provato un senso di sollievo dopo aver letto quello che Bartels, viaggiatore amburghese di un paio di secoli fa, scriveva sui suoi compaesani di allora: “I calabresi sono esseri umani come noi”. In debito con i tedeschi per questa promozione nella scala evolutiva e nella convinzione che “i colti viaggiatori stranieri riuscivano a vedere ciò che gli storici italiani ignoravano”, il magistrato si fa carico della prefazione del libro della Reski, la quale “con altrettanta curiosità unita a un’acuta conoscenza di uomini e cose, rinnova l’itinerario dei suoi predecessori”, i viaggiatori stranieri del XIII e XIX secolo. Petra è sulle tracce delle mafie da più di vent’anni e sa che le cosche non sono più quel folklorico fenomeno di alcune arretrate regioni meridionali d’Europa, come viene tuttora immaginato nel resto d’Europa, e che esse invece muovono miliardi di euro, indossano la camicia bianca, studiano nelle migliori università, investono quantità impressionanti di denaro in tutto il continente e hanno la capacità di movimento e di accentramento propria delle holding finanziarie. Lei è stata più volte nei luoghi fisici della ‘ndrangheta, della mafia siciliana e della camorra, osservando, indagando, incontrando e intervistando la gente del posto, i personaggi del malaffare e i loro antagonisti nella lotta per la legalità. La giornalista è testimone, lungo gli anni della sua indagine, della metamorfosi delle cosche in multinazionali di successo, che non risparmiano nessun contesto geografico e sociale. Da tempo -già prima della strage del 2007 a Duisburg, nel nord della Germania, frutto di una faida tra famiglie calabresi- la giornalista aveva denunciato, spesso inascoltata dai connazionali, le infiltrazioni diffuse e gli affari colossali in territorio tedesco del crimine organizzato italiano, alla vorace ricerca di nuovi territori per gli investimenti e per il “lavaggio” del denaro sporco. Dopo Duisburg tutti hanno dovuto svegliarsi, anche i tedeschi, che si pensavano immuni. Infatti la ‘ndrangheta, in una delle sue involuzioni periodiche all’età della pietra, aveva smesso i vestiti buoni ed era tornata al naturale, sparando all’impazzata, minacciando e spaventando persino questa tranquilla cittadina e con essa la Germania tutta. Impossibile non riconoscerla. “Se andiamo avanti così, in pochi anni la ‘ndrangheta si mangia la Germania” aveva detto spesso prima di allora la Reski dalle pagine della sua testata e tutti l’avevano guardata con sarcastico sospetto. Come si guarda chi dice di avere avvistato un UFO atterrare sopra il tetto di casa. Da quella strage di ferragosto 2007 a Duisburg in poi,  Petra la “romantica”  -per anni inutile profetessa in patria, trattata con sufficienza per il presunto allarmismo da esaltata- ad un tratto è stata innalzata sul podio dell’esperta tedesca per eccellenza di criminalità organizzata. Questo non è bastato, però, a fermare la censura.

L’autrice si muove, lungo le pagine, in un percorso a tappe segnato da personaggi e luoghi, in una specie di slalom tra i feudi della mafia e i fortini sempre più assediati dell’anti-mafia, a disegnare un tracciato che parte da Corleone, Palermo, San Luca e porta fino a Duisburg, facendo perno su Roma, sul suo cuore politico, il parlamento e le sedi istituzionali di governo. Se Alemanno, un paio di settimane fa, portando il suo saluto istituzionale da Sindaco della capitale a CONTROMAFIE 09 -una specie di meeting dell’impegno civile, giudiziario e politico contro le cosche e l’illegalità, organizzato da Libera di don Ciotti- si disse sgomento nell’aver appreso al risveglio e dai giornali, appena qualche giorno prima, che i clan erano sbarcati a Roma con i loro affari, Petra lo sapeva già. E lo racconta dettagliatamente, ad esempio nel capitolo dedicato a Dell’Utri e a Berlusconi. Ad Alemanno, ennesimo esempio di beata innocenza dei nostri amministratori, sarebbe bastato dare un’occhiata agli atti d’inchiesta degli svariati processi contro la criminalità organizzata, come ha attentamente fatto Petra, per saperne di più e prima. Dunque, delle due l’una: o una buona maggioranza della nostra classe dirigente è appena sbarcata sulla penisola con provenienza dalla Luna, oppure ha ragione Giancarlo Caselli, attualmente procuratore capo a Torino, quando dice che da parte degli uomini del potere politico non c’è volontà di “far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”.

E se la collusione tra mafie e partiti è uno degli argomenti centrali dell’esplorazione umanamente coinvolta della Reski, il vero piatto forte -ancora largamente evitato o dimenticato dagli intellettuali italiani della coscienza civile contro il malaffare organizzato- è la contiguità tra istituzione religiosa e cosche; suggestivamente evocata dalla “santità” che il titolo attribuisce all’istituzione criminale, questa tacita alleanza tra le realtà mafiose locali e la Chiesa, dalla cui bocca ufficiale -come lo stesso don Ciotti ripete spesso- non sono venute ancora parole abbastanza chiare contro i boss, riguarda più i livelli di base, come parroci, curie locali, confraternite e fedeli, più che i piani alti delle gerarchie, le quali non hanno comunque mai messo mano ad un documento ufficiale di condanna del fenomeno mafioso. Spiegava Petra, in un’intervista rilasciatami a ottobre, che in un paese dove l’istituzione religiosa è così radicata, potente e pervasiva, una realtà come la mafia non potrebbe sussistere senza il suo appoggio, diretto o silenzioso.

Se suona credibile che “la mafia vuole essere invisibile, vuole essere parte della società”, allora quella di Petra con il suo libro è una pubblicità non richiesta dalle cosche che può violare il silenzio monacale che i boss, quasi sempre latitanti e spesso autoreclusi a vita nei loro scantinati e rifugi segreti, impongono a sé e al mondo circostante; quelle pagine vorrebbero fare breccia nell’impaurità omertà di tutti i cittadini vicini al fenomeno e incunearsi nella colpevole indifferenza dei geograficamente, ma non antropologicamente, lontani dalla cultura mafiosa. Poiché, scopre la Reski, la mafia “ha sempre puntato sul rifiuto degli italiani nei confronti dello stato” ed è, quindi, più forte e performante laddove è sostrato culturale di un intero popolo, nessuno escluso, neppure i romani e i lombardi. Perché essa è interiorizzata dentro di noi, irradiata dai nostri stili di vita. Il quotidiano è il campo di battaglia su cui combattere. L’unico da cui cominciare se si vuole provare a vincere.

Giampaolo Paticchio

Petra Reski, Santa Mafia, Edizioni Nuovi Mondi, Modena 2009

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