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Le due narrazioni e i due mondi senza intersezioni

Traggo spunto da un editoriale uscito qualche tempo fa su “Internazionale” per qualche riflessione su un tema su cui rimugino da un bel po’. Si dà il caso, infatti, che in poche righe il direttore della rivista abbia inquadrato piuttosto bene un sentire, credo, comune a molti italiani, soprattutto in questi ultimi anni.

Per farla breve, la barriera più grande, la dicotomia più evidente che divide gli italiani oggi non sarebbe più, o almeno non sarebbe più essenzialmente, la tradizionale divisione destra-sinistra, o quella tra nord e sud, ma riguarderebbe i diversi film che gli italiani guardano. Si, perché a seconda che ci si informi dai tg o sulla rete, alla radio o sui quotidiani, è sempre più evidente che la sceneggiatura non è la stessa.

Non è una mera speculazione intellettuale liquidabile come la spocchia un po’ snob di chi si erge al di sopra della volgare dis-informazione televisiva (o forse un po’ si…, ma non è questo il punto).

E’ una riflessione che nasce dalla frustrante sensazione che prende anche a me (che non vedo televisione da 3 anni) quando tento di far incontrare le due strade, quando tento di unire le due pellicole in un’unica sceneggiatura e percepisco in modo talmente forte la distanza tra i due mondi che, per lo più, desisto dopo pochi minuti.

Ma forse questa fattura non può farci dimenticare l’altra divisione più profonda, essenziale, direi oramai antropologica, che è alimentata e riprodotta quotidianamente dalle diverse narrazioni, dai diversi film che la gente guarda ma che si situa più in alto (o più in basso…), insomma a monte delle varie sceneggiature. E’ quella divisione profonda che trae origine dalla perdita di un sentire comune, dalla frantumazione del minimo senso dello stare insieme, del sentirsi parte di una comunità. Sarà per questo che molta gente si accontenta di guardare ogni sera lo stesso film, riuscendo, vuoi per indifferenza, vuoi per (comprensibile) stanchezza, vuoi per l’inesorabile arrugginirsi del senso critico, a considerare normale o a sminuire qualsiasi prevaricazione (che non riguardi, beninteso, direttamente i loro interessi materiali) qualsiasi oltraggio alla libertà, ai più basilari sentimenti di giustizia, per non parlare poi di quel bel guscio vuoto, buono per tutte le occasioni, che continuiamo a chiamare democrazia.

Io, purtroppo, faccio sempre più fatica a dialogare con chi va sempre in quello stesso cinema e mi chiedo se, anche cambiando sceneggiatore, si possa ritrovare il filo di un discorso comune.

Silvio Favari

www.tramaordito.splinder.com

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