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Christmas Island: Modello Guantanamo per i migranti?

map Christmas Island è una piccola isola, territorio australiano, situato a ben 2.600 dall’isola-continente ed a poche centinaia di kilometri dall’Indonesia (350 km a sud dell’isola di Giava); territorio turistico, noto per la sua natura e le sue rare specie animali e vegetali, disabitato fino a poco più di un secolo fa e che oggi conta poco più di mille anime.

Se si digita il nome di quest’isola su un motore di ricerca, la stragrande maggioranza dei risultati riguarda informazioni turistiche o descrizioni del locale granchio rosso, specie endemica dell’isola.

Negli ultimi mesi questo potenziale paradiso naturale, peraltro teatro di un test nucleare inglese nel 1958, è balzato agli onori delle cronache per una nuova, nera, pagina di diritti negati e di discriminazioni. Di più: si tratta dell’applicazione del modello Guantanamo nel campo dell’immigrazione Qui, infatti, il governo laburista (sic!) australiano del premier Rudd, proseguendo la dura politica repressiva portata avanti per anni dal premier conservatore Howard, ha creato, con l’apertura del centro per il “trattamento offshore” dei migranti, un vero e proprio carcere di massima sicurezza per migranti, come è stato definito dagli attivisti per i diritti umani australiani ed un “non luogo” giuridico per tutti i migranti che, provenienti da Medio Oriente, Sri Lanka, Indonesia e da altri paesi asiatici, aspirano ad entrare in territorio australiano e molti di loro a chiedervi asilo politico.Da circa vent’anni, infatti, l’isola è diventata l’approdo preferito dai barconi provenienti dal sud-est asiatico, principalmente dall’Indonesia.

In sostanza, sull’isola di Natale non si applica il Migration Act, in vigore nel resto del territorio australiano, con conseguente impedimento a richiedere il visto e, men che meno, lo status di rifugiato. Insomma, una extraterritorialità giuridica, un posto dove si sospendono i diritti e la stessa legge nazionale. Va detto che l’attuale governo di sinistra (?!) guidato da Kevin Rudd aveva, in campagna elettorale, detto a chiare lettere quale sarebbe stata la sua politica su questo tema (ci vuole cattiveria, direbbe un nostro ministro…) e sulla base di quel programma è stato eletto, in perfetta continuità, almeno su questo tema, con le politiche di marca Bushiana del suo predecessore.

La politica governativa è stata criticata analiticamente e piuttosto duramente dal rapporto della Commissione australiana per i diritti umani, organo governativo, che ha denunciato a chiare lettere l’insostenibilità umana e giuridica del c.d. “trattamento offshore” che, tra l’altro, viola diversi trattati internazionali in tema di rispetto dei diritti dei migranti detenuti, visto che non è previsto alcuno standard minimo di trattamento degli “ospiti” del centro e che, tra l’atro, il centro ospita molti minori, anche non accompagnati, senza rispettare le convenzioni internazionali volte alla protezione dei diritti del fanciullo.

Ciò che rende “originale” questa esperienza è proprio il fatto che con essa viene spinta all’estremo la tendenza globale, propria di questa fase storica, ad allontanare l’altro, a barricarsi, fisicamente e simbolicamente, dentro i nostri fortini dorati (ma per chi?). Si allontana la minaccia, si esclude persino dalla nostra vista colui che bussa alle nostre porte e lo si discrimina anche giuridicamente, impedendogli non solo di chiedere il visto o l’asilo ma anche di ricorrere ad una corte contro l’arresto nel centro “offshore”.

Si sceglie, quindi, di costruire e mantenere costosissime strutture pur di escludere radicalmente la presenza degli ospiti indesiderati dal territorio nazionale, rimovendo, così, anche sul piano psicologico, la stessa esistenza dell’altro e lasciando ben pochi spazi ad un reale riconoscimento delle singole persone, ad una effettiva verifica delle esperienze individuali, dei vissuti (spesso tragici) dei passeggeri delle navi che attraccano a Christmas Island o che vengono recuperati in mare e condotti sull’isola.

Anche dall’altra parte del mondo, quindi, vince oggi la chiusura, l’esclusione, la negazione dei diritti, la discriminazione del più debole con in più l’aggravante del tentativo di istituzionalizzare questo sistema.

Silvio Favari

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