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Mafie, Stato, Televisione: la strategia della paura (CogitoErgoDigito 6)

monoscopio La televisione, troppo occupata ad imporre un modello di vita con le bollicine, non si accorge più della vita vera delle persone vere, inaridita dalle paure. Al telegiornale l’inviata, con tono impercettibilmente sdegnato e retorica pret a porter, dice che a Nola, neppure adesso che li hanno arrestati, la gente ammette di sapere qualcosa dei boss latitanti fino all’altroieri, i fratelli Russo.

Poi la telecamera si avventa sui volti sbiancati dei malcapitati passanti nolani che, colti di sorpresa, abbozzano un “non so” e un “queste cose non ci interessano” al microfono della cronista; il sottotesto del servizio giornalistico lascia a intendere con un’aurea di sufficienza che ci risiamo: eccola, la solita omertà dei meridionali.

Non si lascia nemmeno sfiorare, la professionista della RAI, dal desiderio di capire perché chi vive nell’Agro Nolano non vede, non sente, non parla e non ne vuole proprio sapere. Non si chiede perché la gente sia così terrorizzata e assuefatta all’orrore da scavalcare con malcelato spavento -altro che indifferenza!- il cadavere quotidiano che gli capita tra i piedi, come nel video dell’omicidio in pieno giorno a Napoli. Bisognerebbe spiegare a quella giornalista che il motivo per cui la gente non vuole parlare dei camorristi è lo stesso per cui lei omette, nel suo servizio, dei dati fondamentali per permettere ai telespettatori di capire. Quel motivo è la paura; nel suo caso quella di urtare la suscettibilità di poteri abbastanza forti da privarla del privilegio di fare cronaca in prima serata. Avrebbe ad esempio potuto dire che la camorra ha un controllo forte sulla politica locale nolana; ma ha paura di osare troppo e non lo dice. Avrebbe potuto dire che il parroco di Nola aveva chiuso la messa di Ognissanti con una preghiera speciale per uno dei Russo, una prece «dedicata a coloro che ancora non possono riavere la libertà: Signore intercedi perché tornino presto tra noi»; ma la frega la paura di contrariare le curie e non lo dice. Avrebbe potuto dire, citando i giudici, che «a garantire solidità alle attività della cosca vi sono coperture politiche di ogni livello»; e avrebbe potuto aggiungere ancora che Nicola Cosentino, attuale sottosegretario all’Economia e coordinatore del Pdl in Campania, uno che attira i boss come le mosche, persino tra le parentele acquisite, malgrado venga accusato da 4 pentiti di avere intessuto un rapporto organico con i Casalesi, il clan più pericoloso d’Italia, non solo non si è dimesso ma sarà probabilmente il candidato di Berlusconi al ruolo di Governatore proprio della Campania. Ma anche qui, la giornalista ha avuto paura di dare un dispiacere al governo e non ha detto nulla.

Perché mai, allora, i cittadini di Nola dovrebbero esporsi alle ire dei clan e rispondere, a rischio della vita, alle sue domande retoriche? Chi li proteggerebbe? Forse il governo? Quello stesso governo che sponsorizza Cosentino, il quale puzza di camorra anche a tapparsi il naso? Forse la Chiesa che, per bocca del suo parroco, spera di poter riabbracciare presto il camorrista catturato?

Cara giornalista, l’unica autodifesa possibile, in questo paese senza legalità, è il silenzio. La finta indifferenza. E lei dimostra di averlo capito bene, meglio degli abitanti di Nola.

L’indifferenza coatta rende impermeabili. Il silenzio ti mette al riparo, sia pur relativamente, dalle paure. Paura della criminalità, paura dell’immigrato, paura dei terroristi islamici, paura di perdere il lavoro, paura di essere derubato, paura del raptus di un vicino di casa, paura della crisi economica, paura dell’influenza A, paura del futuro, paura del ricatto, paura delle minacce, paura di non essere adeguati, paura di non farcela, paura di non essere amati, paura di restare soli; paura per la propria moglie, paura per i propri figli, paura per la propria casa, paura per la propria posizione e reputazione, paura per la propria salute; paura di incontrare poliziotti dalla mano pesante o carabinieri in vena di estorsioni, paura della mafia, della ‘ndrangheta, della camorra, paura dello stato deviato e di quello che fa le leggi ingiuste. Paure senza frontiere. Paure a bizzeffe.

Poi ci sono anche gli antidoti, certo, quelle terapie dell’entertainement che la paura non l’esorcizzano e non la risolvono, ma aiutano a sopportarla, a interiorizzarla, a normalizzarla, concedendo ai cittadini-telespettatori tregue serali a base di culi, tette, veline, quiz milionari, vip, scandali, litigi, transessuali ed escort. Ma la paura resta, se ne sta buona nella pancia, pronta ad agire con successo sui nostri pensieri e comportamenti di ogni giorno.

E perché mai tanto spargimento di paura? Una risposta è che un popolo impaurito diventa come un gregge di pecore e si lascia orientare meglio. Un paese facile preda del timore delega le sue decisioni importanti alle classi governanti. Baratta il suo consenso con una sicurezza che non verrà mai. Poiché l’intera società alimenta, così come funziona, l’insicurezza e ne fa un efficace strumento di dominio. Questo è l’insegnamento che ci hanno lasciato gli anni di piombo e la loro ricetta preferita: la strategia della tensione. Se non c’è più il brigatista rosso, pazienza! C’è pur sempre il clandestino.

Veniamo nutriti quotidianamente di paure, e chi ce le imbocca senza alcuna profilassi e con il suo cucchiaio di Troia, ultrapiatto al plasma, è la nostra TV, la presenza più cara e loquace delle nostre case. La bocca sempre spalancata che soffia sul fuoco delle nostre paure.

Giampaolo Paticchio

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