Menu 2

Contromafie 2009. L’Antimafia sono i giovani

ciotti “Stati Generali dell’Antimafia” è un’espressione altisonante e fa venire in mente strutture gerarchiche e ufficiali, motivo per cui suona quasi ironica e irriverente accostata all’esperienza che descrive in questo caso, che è stata declinata invece secondo le modalità orizzontali e informali proprie del movimento.

Proprio così, infatti, si autodefinisce CONTROMAFIE 2009, la variopinta e partecipatissima assemblea generale -svoltasi a Roma tra il 23 e il 25 ottobre 2009- di tutte le associazioni e le realtà di base presenti quotidianamente e concretamente sul campo, nel segno della costruzione di un’alternativa sociale alle mafie, alla corruzione, al business criminale e al potere colluso.

Una partecipazione confortata dalla presenza di alcune istituzioni: soprattutto di quella parte di magistratura che, della lotta alla criminalità organizzata ha fatto una questione di vita o di morte; per giunta in una situazione in cui -come avvertiva Giovanni Falcone già negli anni ‘80- molti, nel mondo politico, impediscono che si faccia luce “sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa, per evitare di rimanervi coinvolti”. In tanti hanno risposto alla chiamata di LIBERA, che si descrive con l’espressione “associazioni, nomi e numeri contro le mafie” e funziona da vero e proprio coordinamento di tutti coloro che, singolarmente o collettivamente, si battono per una cultura della legalità e per una pratica reale della giustizia sociale nel paese. E probabile che l’età media dei partecipanti si fermasse al di sotto dei 30/35 anni; giovani uomini e donne provenienti da contesti geografici e sociali molto differenti, eppure unanimi nell’aderire alle sfide lanciate da don Luigi Ciotti e da Giancarlo Caselli, applauditissimi per le loro provocazioni più coraggiose. Dunque era una società civile visibilmente molto fresca e vitale quella che ha dato sostanza a CONTROMAFIE, una risposta eloquente alla vecchiaia congenita e arrogante della classe dirigente e politica italiana, una rivendicazione generazionale di democrazia e di partecipazione. Non mancavano, inoltre, le presenze internazionali, stimolate dal coinvolgimento nella 3 giorni di FLARE, il primo network internazionale per il contrasto alle mafie transnazionali.

Mentre i familiari delle vittime e i testimoni di giustizia, accolti dai partecipanti con l’attenzione riservata ai simboli, erano la prova più eloquente del fatto, sottolineato da Caselli, che “la legalità non si insegna ma si testimonia”. Secondo il sindaco di Roma Alemanno, che ha portato il suo saluto istituzionale in apertura del meeting, la mafia è sbarcata nella capitale con i suoi affari solo qualche giorno prima e lui l’aveva appreso con sommo stupore da giornali e telegiornali, al risveglio di una mattina che avrebbe segnato per la città l’inizio di una nuova consapevolezza. Molti nell’auditorium si saranno chiesti su quale pianeta avesse vissuto sino a quel momento il sindaco. Dal momento che da decenni i magistrati fanno avanti e indietro, nelle loro indagini, tra le periferie siciliane, calabresi, campane, dominate dalle cosche e i palazzi della politica romana. Molto probabilmente se lo sarà chiesto anche Pietro Grasso, procuratore nazionale Antimafia, che citando Gramsci ha detto che “l’indifferenza è il peso morto della storia”. All’indifferenza Manuela Mareso contrappone, sul numero monografico di Narcomafie dedicato a quest’appuntamento, il cosiddetto effetto farfalla: “Per consolidare e difendere le buone prassi dell’antimafia e inventarsi strade nuove, guizzi di fantasia (…). Per scatenare quello che i matematici chiamano l’effetto farfalla(…): una farfalla sbatte le ali in Australia e si scatena una tempesta in Europa. Educare un bambino a Casal di Principe, assistere un imprenditore che non vuole pagare il pizzo a Palermo, (…) migliorare l’informazione e la sensibilizzazione culturale possono sembrare solo battiti d’ala insignificanti. I mafiosi sanno che non è così (…). Loro intuiscono che dietro ogni quartiere risanato, dietro ogni cittadino consapevole, dietro ogni atto di giustizia è in arrivo la tempesta.”

Eppure alcune volte ci sfiora il sospetto che vigorose forze, più umane che naturali, rendano difficile il liberarsi di questa sorta di reazione a catena virtuosa. Il presidente di Libera, don Ciotti, aprendo i lavori e riferendosi alla prima edizione di CONTROMAFIE, nel 2006, ha immediatamente chiesto: “Abbiamo rispettato gli impegni?”. Alla fine di quella prima esperienza infatti era stato varato un Manifesto, in cui si prendevano degli impegni in quanto società civile e si presentavano richieste chiare e legittime alla politica e alle istituzioni, sia in termini di contrasto alla criminalità e alla corruzione, sia in termini di promozione della legalità. Il primo degli obiettivi dell’appuntamento di quest’anno era infatti quello di una verifica degli esiti di quegli impegni e di quelle richieste. Così se da un lato le realtà di base legate ai progetti di formazione, di animazione, di informazione libera, di messa a frutto dei beni confiscati alle cosche, sono certamente cresciute e iniziano ad essere visibili ed incisive nella loro azione, soprattutto rispetto alle realtà locali, dall’altro lato la politica deve ancora dare molte risposte. Ad esempio? La lista è lunga: non c’è stata una riforma delle norme sui testimoni di giustizia, non si sono inseriti nel codice penale i delitti contro l’ambiente, non esiste ancora un’agenzia sui beni confiscati ai mafiosi, non si è messa mano a un testo unico sulle norme antimafia e soprattutto lo Stato non si è ancora attrezzato seriamente contro le infiltrazioni mafiose e talvolta non lo vuole fare, emblematico è il caso del comune di Fondi. In più lo Stato non fa ancora vero contrasto all’abusivismo edilizio, che spesso sembra addirittura godere di una sorta di tacito incoraggiamento, e non fa lotta al riciclo dei capitali sporchi, ma anzi li protegge, come nel caso dello Scudo Fiscale, che arriva a configurarsi come un vero e proprio favoreggiamento legale. In più si assiste a uno sganciamento dell’idea di sicurezza dal diritto, come le nuove norme sull’immigrazione dimostrano.

Il nuovo Manifesto, questa “enciclica” dell’antimafia frutto dei vari laboratori a cui i partecipanti hanno aderito, oltre a confermare un’ulteriore assunzione di responsabilità civili da parte di chi liberamente sceglie di partecipare alla sfida come cittadino, ripropone al Parlamento e al Governo le richieste disattese e anzi ne aggiunge di nuove. Ma la tentazione è di non sperarci più, soprattutto di fronte agli indizi sempre più evidenti di una mafia che non ha più bisogno di concordare “papelli” con la politica ma piuttosto accede ad essa molto più direttamente, in maniera organica; così come essa risulta organica nel sistema economico-finanziario globale. Lo stesso Ciotti, citando il filosofo Norberto Bobbio, dice che  la differenza fra la nostra generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti e invece noi dobbiamo essere democratici sempre in allarme. Tant’è che molti, nel corso della 3 giorni, hanno invocato la crescita e l’insediamento di una nuova classe dirigente come presupposto indispensabile a un nuovo rilancio della lotta all’illegalità. Come dire che della maggior parte degli uomini nelle cui mani risiede il potere economico e politico del paese non è più possibile fidarsi.

La forza delle mafie risiede tuttora nelle possenti complicità politiche ed economiche di cui essa gode; per rimuovere le quali bisogna radicalmente cambiare i partiti, le istituzioni e non solo in senso simbolico; ma cambiando gli uomini stessi. Uomini e donne cresciuti alla scuola e nella pratica della legalità. Tra i passaggi del nuovo documento lanciato da CONTROMAFIE si legge: “Noi ci impegniamo a diffondere un sapere di cittadinanza che valorizzi i giovani come protagonisti di un processo di educazione permanente alla legalita’, alla partecipazione e alla responsabilità”. Qualche giorno fa’, un giornalista di solito non prodigo di uscite illuminanti e da anni ben piazzato nel sistema di quei media più al servizio del potere che del cittadino, ha esclamato nel corso di un dibattito televisivo, con vigore inusuale: “ma perché i giovani non fanno la rivoluzione e non ci cacciano via?”. Libera e CONTROMAFIE, realtà ad altissima densità giovanile, sono la dimostrazione più eloquente ed esplicita che i più giovani hanno a cuore le sorti dei loro territori, dell’ambiente, delle generazioni che verranno, molto più dell’apparato di potere, vecchio e degenerato, che domina l’economia, la politica, l’informazione di questo paese. Esso indulge alle mafie come pratica quotidiana e acquisita e anzi dalle mafie talvolta è assorbito come per osmosi. Ecco svelato quale statico agente atmosferico forse ostacola l’effetto farfalla.

Giampaolo Paticchio

, , , , , , , , , , , , , , , , ,