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La nostra storia

Smise di piovere e due mesi dopo Fefelli fu eletto sindaco col cinquantatré per cento promettendo il book, anzi una raffica di boom-boom edilizi e commerciali. Un nuovo radioso, moderno paese sarebbe sorto sulle pendici della montagna, guarda caso sui terreni suoi, oppure intestati al figlio Marcello che si diceva studiasse a Osford invece sfolgorava di zucconaggine al liceo privato Parini, ricchi e cretini.
Qualcuno ci cascò subito. Fatevi tutti la villetta e la macchina, basta con queste case tristi e le biciclette scassate, diceva Fefè offrendo murattipuzzole e prestiti, siamo già una metropoli.

Naturalmente la novità più controversa e visibile era il cementificio grigio e turrito appena fuori dal paese, vicino al fiume. Apparteneva a una società di cui Fefelli era ovviamente socio.

Quella notte non dormii. Sognai un grande camion che entrava nella mia vecchia casa, e mi inseguiva per le stanze e per il cortile, tirava già il pagliaio, il pozzo, suonava il clacson e mi accecava coi fari. E sopra c’era Fangio.
– Fangio – grudai – ma tu sei mio amico.
E lui scese e io vidi che aveva una gamba sola, un braccio monco ed era tutto graffiato in faccia.
– Siamo tutti pazzi – diceva piangendo – non guidiamo più niente, sono loro che guidano noi.

I messinesi ascoltavano mio padre che alzava la voce mentre tutti protestavano: zitto, facci sentire il quiz.
E io guardai l’orologio del quiz che segnava i secondi che mancavano per rispondere ed ebbi un singulto temporale, vidi un gran televisore a colori e uno che dalla poltrona gli sparava contro con un pistolino nero, e lo colpiva, perché lo schermo cambiava immagine cercando forse di piacere di più, o di mimetizzarsi. Poi ebbi una visione, come l’esplosione di un altissimo fungo atomico di cretineria e le scorie ricadevano su ogni punto del nostro paese, affollate metropoli e sperdute lande, e l’effetto era un rincoglionimento totale, cosmico, indescrivibile. Nessuno aveva ancora capito che quell’elettrodomestico lì era il balcone dei beniti futuri.

E io ascoltavo mio padre che diceva:
– Ma sì, tiriamola già con la dinamite la montagna, tanto sta già franando. Buttiamoci ancora cemento.

Un giorno cominciò a piovere. Piovve tre giorni e tre notti. I tombini si intasarono, una zuppa di merda invase le strade, Fefelli s’era fregato anche i soldi delle fogne. Il fiume diventò giallo e ribollì di pesci morti, una conceria a monte si era allagata ed erano usciti veleni e acidi, l’acqua si riempì di schiuma, tirammo su quattro camion di pesci che già puzzavano.
Baruch disse che sulla montagna c’era qualcosa di strano, si sentivano dei rumori.
E una notte io stavo dormendo, quando alla finestra vidi apparire lo gnomo.
– Dormi dormi, che intanto il mondo sparisce – mi disse.

Ci fu anche una grande scoperta culturale. Baruch, frugando in una cassa di vecchi libri, trovò nientemento che il diario di guerra di Ghigna, cento pagine scritte a mano. Venne un editore d’assalto e disse che ci avrebbe fatto un libro, che quelle cose erano storia e mai sarebbero state dimenticate.
– Sì, per un pò lo ricorderemo ma non so per quanto – mi disse Baruch – La memoria non è fatta solo di giuramenti, parole e lapidi, è fatta di gesti che si ripetono ogni mattino del mondo. E il mondo che vogliamo noi va salvato ogni giorno, nutrito, tenuto vivo. Basta mollare un attimo e tutto va in rovina.
Torneranno tra vent’anni o trenta ma torneranno. Non vedremo i cingolati entrare in paese, non parleranno in tedesco. Sorrideranno e avranno delle belle auto ammirate da tutti. Vestiranno giacche di sartoria invece della divisa di ordinanza. Non girerano le squadracce, ma si sparirà in silenzio, cancellati in qualche modo elegante. Così sarà.

Avevo paura che Baruch vedesse giusto.

Un’ora dopo scoppiò un gran temporale, la pioggia ballava la ridda sui tetti.
Verso le quattro la pioggià cessò e mi addormentai. Ma poco dopo mio padre mi svegliò e mi fece uscire di casa in pigiama. C’era appena una sfumatore rosa di alba, sul profilo delle montagne addormentate. Papà era pallido. Disse:
-Lo senti?
Lo sentii anch’io. Un rumore di qualcosa di enorme che si muove, trema, vibra, poi degli schianti, e più nulla.
-Il monte, sopra le Roselle – disse papà – l’avevo detto io.
Una fetta di terra, un chilometro sopra il nuovo villaggio, era franata. Per fortuna la frana si era fermata contro uno schieramento di castagni robusti.

La seconda prevista, ma ugualmente brutta notizia, fu l’elezione di Fefelli a deputato, con immediata promessa che avrebbe costruito un nuovo enorme villaggio residenziale con campo da golf di fianco alle Roselle, e una centrale idroelettrica sul fiume per dare più elettricità alla valle, cioè alle industrie.

Io mi svegliai sentendo il rumore dell’Apecar di zio Nevio. Era sconvolto, quasi piangente.
Mi mostrò un foglio.
Era un decreto legge ministeriale che concedeva il permesso di attuare i lavori.
– Non so come dirlo a tuo padre. Lo svegli tu?
Non ci fu bisogno. Lo svegliò l’esplosione. Altissima e tonante, come tutti i botti di Capodanno sparati in una volta sola. E poi il rumore di una pioggia di pietre.
– Che dio li fulmini – gridò zio Nevio – questa è dinamite.
Mio padre apparve in canottiera e mutandoni di lana. Guardò su, verso il bosco, dove si stava alzando una nuvola di polvere.
– Hanno fatto saltare il primo sperone di roccia, quello coi quarzi. L’han fatta grossa.
Dopo un minuto sentimmo la terra tremare, e la frana che si avvicinava con un rumore che non avevo mai sentito, neanche con le piene del fiume.
– Papà – urlai – cosa succede! – Mi sembrava di avere la voce di un bambino di sei anni.
– Maledetti – disse mio padre, e scoppiò a piangere di rabbia, le sue lacrime accompagnarono il disastro. Una valanga di terra precipitò sul paese, dalla parte a nord.
Iniziammo a scavare, continuava a piovere, io scavavo con le mani, e mi ferii con una bottiglia, era nocino, eravamo sopra il tinello di Carburo.
In qualche minuto li tirarono fuori. Carburo era morto, mio padre respirava ancora, un’ambulanza lo portò via mentre arrivavano i pompieri.
Ne morirono sei quella sera.
Era arrivato uno squadrone di giornalisti. Poi c’era il parere di un geologo e l’intervista con Fefelli:
– Ci sono gravi responsabilità e noi andremo fino in fondo, perché ciò che è accaduto non si deve ripetere – aveva dichiarato.

Mentre torno in treno sto leggendo un libro, è Martin Eden.
E’ la scena finale di quando lui si uccide gettandosi in mare. Non riesco a andare avanti. Chiudo il libro, e in quel momento sento che mio padre è morto.

Il giorno del funerale andai nel bosco, volevo parlare ancora una volta con papà. Aspettai che le gocce di brina scendessero da un nocciolo e lo vidi, sulla panchina di pietra del poggiolo, con i cani.
– Vedrai – gli dissi – col tuo quaderno, ne succederanno delle belle.
– Non succederà niente – rispose, carezzando Fox. – Noi ci abbiamo creduto, la nostra vita è stata piena di porcherie e meschinerie, ma ogni tanto suonava la tromba e tutti al nostro posto, a lottare e a darci una mano. Abbiamo creduto di poter essere liberi, di non far tornare quei vent’anni di divise nere. Ma la tromba suona fioca adesso. Ci hanno venduto, uno per uno.
Hanno venduto le nostre povere vite e la nostra storia, per fare una storia insieme agli altri, una storia finta, che non ha neanche un lieto fine, finisce nell’indifferenza per tutto e per tutti. Se gli servirà a far voti, ci insulteranno pure.

Il parroco era sbronzo duro e fece un discorso che non avrebbe fatto neanche Fidel Castro incazzato con le emorroidi. Tuonò contro i peccatori, anzi disse proprio: i porci peccatori che distruggono il bosco e han sempre i soldi in testa e hanno ucciso sette nostri compaesani.
Baruch disse poche cose semplici, poi il parroco fu allontanato con l’esca di un bicchiere di zibibbo, e a voce bassa tutti cantarono l’Internazionale.
Il cimitero splendeva di ginestre e di fazzoletti rossi.

Un giorno di dicembre, il dodici, faceva un gran freddo.
Prima di andare in officina, accesi la radio. Diedero la notizia della bomba a piazza Fontana.
Non lo so quanti eravamo, trentamile disse la televisione, ottantamila dissero gli organizzatori, io non avevo mai visto tanta gente riunita, la piazza Cittàgrande era piena, e anche le strade intorno, e dalla stazione continuavano a arrivare.
Ricordo una ragazza bellissima, con un cappotto rosso, di cui incrociai lo sguardo e le lacrime. E quando chiusi gli occhi, tutto quel rumore diventò una cascata dentro una gola. Vidi la piazza vuota, di notte, piena di barattoli e cartacce, dopo un comizio o un concertone come tanti altri. Dove siete finiti, tutti voi, che c’eravate quel giorno? pensai. Lo rifareste? Eravate diversi, ci credevate in un altro modo, oppure vi avevano detto di crederci e obbedivate soltanto? Potevate immaginare, quel giorno, che non ci sarebbe stata giustizia per nessuno, ma che le ingiustizie sarebbero cresciute una sull’altra, come le muffe su un tronco morto?

All’alba del giorno dopo partii per la città. Poi il treno fischiò, annunciando la partenza. Mi tornò in mente una frase di Baruch, il giorno che Fefelli era stato eletto sindaco e tutti erano mogi: "C’è gente che dice che vuol lottare e poi confonde il fischio d’inizio della partita con quello dell’ultimo minuto, e va a casa".
Chiusi gli occhi, e ci entrò il fiume.

STEFANO BENNI – da "SALTATEMPO".

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