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Libera, e ipocrita, informazione.

In vista dell’appuntamento di domani, 3 Ottobre, per la libertà d’informazione, con la manifestazione indetta dalla FNSI (alle 16.00 in Piazza del Popolo a Roma; per chi volesse conviene arrivare un’ora prima, a Piazza della Repubblica, per partecipare anche al corteo dei precari, che hanno sicuramente bisogno d’aiuto più di "Repubblica), potrebbe essere utile riflettere non solo sulla "libertà" ma anche sulla "verità" dell’informazione.

Lungi da me l’intenzione di usare questo spazio per autoeleggermi a "censor maximus" sulla veridicità o meno delle notizie e delle opinioni (cosa peraltro molto alla moda, soprattutto per Berlusconi, Scajola, la Gelmini e gli altri compagni di merende), vorrei solo riportare alcuni dati sui temi all’ordine del giorno nelle ultime settimane.

Ognuno ne faccia l’uso che vuole, io penso che possano servire a ragionare su quale direzione si debba prendere, anche nel mondo dell’informazione, per cominciare a mettere insieme i mattoni di un’Italia nuova e, perdonatemi la mancanza di tatto nei confronti degli animi moderati, socialista. Anche perché la strada da attraversare per smontare l’egemonia mediatica della becera, ma socialmente pericolosissima, destra al Governo è lunga, e qualcosa dovremo pur cominciare a fare, a partire da quando, domani sera, lasceremo la piazza in cui, in nome dell’importanza di esserci (anche per esprimere una terza strada, oltre il berlusconismo e l’antiberlusconismo fine a se stesso), dovremo subire l’elezione a paladini dell’informazione di personaggi come Boffo o di giornali come "Repubblica" che ospita serenamente le assurdità di Omero Ciai, la presenza di simpatici personaggi politici che rimbalzano fra l’antiberlusconismo e gli inciuci in nome del "confronto" a seconda del vento che tira, i discorsi inutili e disarmanti di una certa classe intellettualoide del centro-sinistra (magari amica di quei "pensatori" tedeschi che hanno sostenuto che i socialdemocratici non devono allearsi con la sinistra perché la Merkel è il male minore).

Ma torniamo ai "fatti".

Per cominciare la "questione ambientale", tornata in auge quando, durante il summit Onu a New York, anche i capitalisti hanno capito, con solo qualche decennio di ritardo rispetto a Mao, che il loro sistema economico conduce alle barbarie e alla catastrofe.

Gli Stati Uniti hanno chiesto di adottare serie misure per l’ambiente, trovando grande consenso nell’assemblea e fra il giornalismo nostrano. Probabilmente nessuno si è ricordato che non più di tre mesi, al G8 de L’Aquila, l’unico impegno concreto (e non fatto di chiacchiere e promesse) che i Grandi sono riusciti ad adottare è stata una fumosa riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2050. Sì, 2050 e, naturalmente, senza tappe intermedie.

Su questo argomento, a proposito d’informazione, si ripete spesso che i principali "inquinatori" del Globo sono USA e Cina. Informazione corretta, tant’è che la Repubblica Popolare ha annunciato, e, per ora solo in parte, concretizzato già a partire dagli ultimi mesi, il più grande investimento al mondo sulle energie rinnovabili e la chiusura di numerose fabbriche con alto tasso di inquinamento. Peccato che, i cari paladini della libera informazione, si dimentichino spesso di ricordare che la nazione cinese ha 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, contro i 300 milioni degli Stati Uniti. In pratica se i cittadini americani producessero la stessa quantità di anidride carbonica dei cittadini cinesi, la nazione di Obama ridurrebbe le emissioni di CO2 del 400%.

Naturalmente i "democratici" nostrani continuano ad ispirarsi a Obama (nonostante i comunisti del nostro Paese abbiano conquistato negli anni ’50 quel diritto alla salute per tutti che il presidente americano non è riuscito a far passare in questi giorni, nel 2009).
Da tempo propongono un piano per la "green economy" e una politica attenta all’ambiente.

A questo proposito vale la pena raccontare una storia, ignorata dai "giornali liberi", a meno che non accada qualche tragedia. E’ la storia di decine di città e paesi, sotto amministrazione "democratica", dell’Appennino Toscano dove molti fiumi, un tempo linfa vitale dell’ambiente della zona, sono diventati inavvicinabili a causa degli scarichi industriali, hanno perduto flora e fauna e sempre più spesso sono protagonisti di inondazioni, fino a questo momento di portata contenuta, causate da frane o cedimenti degli argini nelle zone in cui si è costruito o si è "normalizzato" il paesaggio boschivo per creare panchine, piccoli parchi gioco e spiazzi per felici famigliole in gita domenicale.

Si molto parlato, negli ultimi tempi, anche degli attuali equilibri geopolitici.

Obama ha pronunciato un entusiasmante discorso a favore della pace e dell’armonia, a favore del disarmo nucleare.

Il problema, su cui la grande informazione non ha posto l’accento, è capire in cosa consiste questa politica di pace per Washington. Presto detto: nessuno deve più produrre testate nucleari. Sia chiaro, neppure gli USA. Che, d’altronde, ne hanno diverse migliaia in magazzino.

Il prefisso "dis", in latino, può avere il significato di "divisione, separazione" o di "direzione contraria". E, in questo caso, fra le due possibilità c’è un abisso che nessuno, purtroppo, si è preso la briga di affrontare.

Un’ultima nota sul 60esimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese.

Senza intervenire sul dibattito relativo ai diritti umani (che pure merita una seria analisi, capendo dove la Cina può, e deve, fare passi in avanti), riporto alcuni passi di articoli sull’argomento.

Renata Pisu su Repubblica di oggi: "Tre Princìpi del popolo, indipendenza, sovranità e benessere del popolo. La Cina ha raggiunto i primi due obiettivi, ma il terzo?".

Capisco che una risposta fatta di cinici dati possa rovinare la frase ad effetto della giornalista, ma la Cina, negli ultimi anni, ha fatto grandi passi in avanti sul piano dell’occupazione, della cultura, dello sviluppo delle aree non urbanizzate ed è la nazione asiatica con la qualità della vita più alta.

Sempre che non la si voglia, cosa alquanto stupida, paragonare con gli Stati Occidentali che quando, sessant’anni fa, la Cina era una distesa di contadini poveri e affamati avevano già attraversato da superpotenze due guerra mondiali. Un po’ come quando si danno i dati sui salari medi nei paesi in via di sviluppo senza dar conto del costo della vita. O, peggio, come quando qualche bravo giornalista libero critica Cuba perché la sua economia è arretrata rispetto a quella Occidentale (nonostante garantisca buoni salari e abbia primati mondiali per quanto concerne istruzione e sanità).

Eppure dovrebbero insegnarlo alle elementari che non si mescolano le mele con le pere.

Sempre sulla Cina, sempre su Repubblica di oggi, Giampaolo Visetti: "La Cina ha voluto mostrare che Pechino, nonostante due decenni di embargo ufficiale nelle armi, sarà presto nelle condizioni di contendere a Washington non solo la leadership monetaria, ma anche quella militare".

Per carità, può anche essere che l’analisi di Visetti sia corretta. Ma non sarebbe stato corretto degnarsi di sentire anche la posizione di qualche esponente della Repubblica Popolare?

Intervistato due giorni fa da Liberazione Sun Yuxi, rappresentante della Repubblica Popolare Cinese in Italia, ha detto che "La Terra è una sola e tutti noi dipendiamo da essa e va protetta. La crescita economica deve tenere conto dell’ambiente per garantire migliori condizioni di vita per tutti. Noi facciamo il nostro sforzo, ma i paesi già sviluppati, come gli Stati Uniti, che è il principale produttore di gas serra del mondo, devono dare sostegno ai paesi in via di sviluppo. La Cina non sarà una superpotenza. Nel passato le superpotenze lavoravano a mantenere il loro potere ma la nostra opinione è quella che bisogna convivere con tutte le altre nazioni. La nostra missione è aiutare gli altri paesi in via di sviluppo a crescere ed arricchirsi insieme a noi. L’obiettivo cinese è costruire un equilibrio globale, un mondo armonioso".

Non si potevano prendere in considerazione, per garantire un giusto confronto, anche tali posizioni oltre che le analisi anticinesi dei giornalisti di Repubblica?

E’ "la libera informazione", bellezza.

Mattia Nesti.

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