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Memorandum McChrystal: Dopo 8 anni qualche parola chiara

Probabilmente fedeli alla linea con lo stile che sembra emergere dalla Casa Bianca di Obama, che aspira a un (significativo?) cambio di rotta della politica estera americana, sono i toni del memorandum stilato dal generale McChrystal, da giugno al comando delle truppe Usa e della coalizione Isaf a Kabul.

Nelle 66 pagine “confidenziali” del documento, che non è ancora ufficializzato ma è stato anticipato con dovizia di particolari da Bob Woodward sulle pagine del Washington Post, il generale, rivolgendosi al segretario alla Difesa USA Robert Gates, paventa il rischio di un fallimento definitivo della missione internazionale in Afghanistan, a dispetto degli otto lunghi anni di sacrifici umani ed economici, qualora non si operi urgentemente un cambio pesante di strategia sul campo, una specie di new deal afghano. “Anche se la situazione è critica, il successo è ancora possibile” azzarda ad ogni modo il comandante, forse per fede, forse solo nel tentativo di tenere alto il morale della truppa e dei media. I quali, più o meno in coro, concentrano quasi esclusivamente i loro titoli sulla richiesta, che McChrystal fa , di un significativo ampliamento delle truppe sul campo, tralasciando di sottolineare come, per il generale, questi 8 anni di missione siano stati un fiasco quasi totale e come per lo stesso Obama il cambio di prospettiva strategica sia precedente a qualsiasi eventuale implemento di soldati. Praticamente ignorando le vere novità del caso.

La strategia, per McChrystal, lungi dal doversi configurare come esclusivamente militare, andrebbe invece più efficacemente orientata alla protezione dei civili e alla collaborazione con essi. A questo fine l’indicazione sarebbe quella di disperdere meno risorse nella “caccia al talebano” e nel disperato e affannoso tentativo di controllo dei territori; solo così diventerebbe possibile arginare l’insurrezione islamista e soprattutto il consenso, vera chiave di volta della questione, che essa raccoglie a piene mani tra la popolazione.

In un certo senso è la prima volta che viene ammessa dai vertici militari, sia pur indirettamente, l’ostilità degli afghani verso la missione internazionale, la quale sembra da loro percepita più come un pericolo ulteriore che come una risposta ai problemi di sopravvivenza materiale e di democrazia che li affliggono. Affiora inoltre nel discorso del generale, caso unico negli 8 anni di dichiarazioni dei gerarchi militari dell’Isaf, la consapevolezza che nessuna tattica militare che voglia risultare vincente può prescindere dal reale consenso, dalla reale opinione e dal reale sentire degli afghani.

McChrystal punta il dito sui troppi errori di valutazione e di intervento dell’Isaf e sull’incapacità del governo afghano, debole e corrotto, di rappresentare un’ alternativa di legalità ai poteri forti che frazionano il paese e ne manipolano i consensi.

Riguardo all’aumento richiesto di truppe, nel documento non compaiono cifre -un’ipotesi del New York Times parla di 10/45.000 soldati in più- mentre esso è preciso e perentorio riguardo al termine massimo per l’inversione di tendenza e per poter sperare ancora nel successo: 12 mesi al massimo. Il dossier indica inoltre come indispensabile l’aumento, in tempi brevi e non più entro 2 anni come previsto, delle unità di polizia e di esercito locale: 400.000 in tutto entro il 2010. In più vi si auspica un controllo più attento dei legami tra gli insorti e i loro referenti detenuti nelle prigioni, ritenuti in grado inoltre di indottrinare proprio nelle carceri gli altri prigionieri, che ingrosserebbero così le file dei combattenti.

Il generale critica anche i suoi predecessori, la loro scarsa attenzione alle dinamiche delle comunità locali, l’incapacità di condividere il rischio del conflitto con i civili, “blindati” come sono stati finora i militari nelle loro zone rosse, nelle loro caserme, nei loro mezzi corazzati. Agli afghani andrebbe invece offerto, secondo McChrystal,  una tangibile protezione dalla violenza delle armi e soprattutto un programma credibile e in grado di sottrarre credito alla propaganda nemica.

Forse neanche le parole di questo generale che non parla con lingua biforcuta riusciranno  a scuotere un’opinione pubblica occidentale spesso comodamente “embedded” e ormai troppo abituata a versioni ufficiali senza aderenza ai fatti. Eppure un cambiamento c’è, almeno nella teoria. Dopo anni di espressioni in tuta mimetica quali “stabilizzazione dell’area”, “effetti collaterali”, "peace enforcement", finalmente qualcuno usa parole appena più chiare.

Giampaolo Paticchio

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