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Femminicidio culturale

[illustrazione di Eric Drooker]

Ho letto le dichiarazioni della madre di Sanaa. Molte donne siciliane fino a pochi anni fa e forse ancora adesso sono state e sono proprio così.

E’ una faccenda certamente dolorosa e a tutte le vicende di questo tipo si dovrebbe dedicare tanto spazio. Sorprende invece che i media siano così "attenti" solo quando si tratta di figlie di altra cultura. Sorprende l’impegno di un sindaco che si dichiara subito pronto a cacciare la moglie dell’assassino, vittima tra le vittime, e a sottrarle le altre figlie. Non ci sembra sia mai avvenuta la stessa cosa quando la madre di uno stupratore italiano lo ha giustificato in ogni modo possibile. Non ci sembra di aver notato tanta "partecipazione" istituzionale quando si è trattato di delitti italiani. Eppure quasi ogni giorno una donna italiana muore per mano di un maschio italiano. Sono figlie, mogli, madri, sorelle, amiche, fidanzate, conoscenti.

Diventa comodo però addebitare tutta la questione agli stranieri. Questa d’altronde è stata la linea portata avanti dalla carfagna & company durante il g8 sulla violenza alle donne. Il male risiederebbe tra i musulmani, quelli di cultura islamica, gli stranieri. I cattolici invece considererebbero le donne con tale rispetto che quando le ammazzano non lasciano vive neppure le presenze collaterali, le madri, le amiche, gli amanti, i figli.

Poi ci sono le madri degli assassini che hanno sempre una parola buona per il figlio – italiano – che viene descritto come depresso, malato, vittima di un rapporto sbagliato con una donna che quasi meritava quello che le è accaduto. Ci sono le mogli che hanno il gran problema di non riuscire a tirare avanti senza l’uomo che porta il pane a casa. Ed eccolo spiegato il perdono della mamma di Sanaa. Come il perdono di tante donne che ho conosciuto, quelle che se chiedevi perchè non se ne andavano via dicevano che non erano in grado di campare. Quelle che se la figlia le rimproverava perchè erano costrette a subire situazioni intollerabili loro rispondevano che l’alternativa era restare in mezzo alla strada.

La mamma di Sanaa ha perso una figlia ma ne ha altre due da crescere così si spiega il perchè quella donna concede un perdono al marito indicando la figlia come causa della sua cattiva reazione.

Me lo diceva sempre anche mia madre: se non fai questo o non fai quello, se non rispondi con quel tono, se non dici niente lui non reagisce così e noi staremmo tutte tranquille. Sei tu che sbagli. Tu sei responsabile della disarmonia di questa famiglia.

Succede nelle situazioni di prigionia. Le prigioniere provano a mantenere uno status quo e temono che qualunque imprevisto possa condizionarlo, frantumarlo. Avete presente quelle scene in cui una delle prigioniere reagisce e le altre se la prendono con lei perchè tutte subiranno le conseguenze di quella ribellione? Avviene più o meno così.

Poi c’è appunto la questione economica. Una donna straniera (ma anche italiana), con figlie da crescere, può rinunciare ad un uomo in casa? Lo Stato le offre qualche alternativa? Un reddito? Un lavoro? Qualcosa di più invece delle vuote parole? Ovviamente no. Lo stato non tutela nessuno, soprattutto le donne straniere anche se vittime di violenza.

Le donne cambiano se ne hanno la possibilità. Di generazione in generazione la ribellione è una cosa che coinvolge tutte noi. Ciascuna di noi ha subito una punizione. Ciascuna di noi viene ricacciata nel proprio ruolo proprio quando proviamo ad essere libere di vivere le nostre esistenze in modo diverso.

Io sono italiana eppure ho pagato e ancora pago ogni singola scelta di libertà compiuta. Ho pagato e ancora pago e sono una sopravvissuta come tante.

Le forme di coercizione sono diverse di volta in volta, ma ditemi: quanti padri italiani conoscete che non abbiano punito la propria figlia per una scelta non condivisa? Quanti uomini lasciano libere le donne senza finire per ammazzarle? Dov’è dunque la differenza culturale tra gli italiani e quegli imprecisati altri?

Non c’è. Di fatto non c’è. A noi capita di essere uccise fisicamente o socialmente ogni giorno. Se non è un uomo a compiere l’omicidio ci pensa lo stato con leggi che limitano la nostra autonomia, la nostra libertà di scelta. Imbrigliate in regole che non ci permettono di decidere del nostro corpo, siamo costrette a tollerare regolamenti fascisti per il decoro e ci facciamo umiliare ogni giorno come corpi in svendita al miglior offerente.

Siamo quelle che per risolvere la precarietà dovrebbero sposare un uomo ricco – così disse il premier – e siamo anche quelle che devono fare più figli e che saranno "obbligate" a conciliare la vita fuori e dentro casa da una ministra che è contraria all’interruzione di gravidanza, all’uso di contraccettivi. Siamo quelle che devono pensare alla famiglia e che devono obbedire a dio, al padre, al presidente, e non necessariamente in questo ordine.

Perchè dunque sono tutti così scandalizzati del fatto che un uomo abbia ucciso sua figlia non condividendo la sua scelta sentimentale? Un tipico padre italiano un po’ più evoluto cosa avrebbe fatto esattamente? Un embargo economico?

Ci crediamo davvero poco. Se gli uomini continuano a concepire le donne come proprietà continueranno a disporre delle nostre vite come se niente fosse.

Moriranno altre donne, come ne muoiono ogni giorno, tutte per mano di un maschio e la responsabilità sarà anche di chi oggi insiste nel definire un femminicidio dal punto di vista razziale. Il femminicidio culturale parte da lì.

da femminismo a sud

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