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Una pax mussoliniana per Piazzale Loreto?

“anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince”

Walter Benjamin

Ho letto con fastidio, ma senza sorpresa, le agenzie di domenica 6 settembre, che riferivano:

Alessandra Mussolini, deputata del Pdl, «suggerisce di dare il nome di Piazza Unità d’Italia a Piazzale Loreto a Milano. La proposta è stata avanzata a seguito dell’ipotesi del cambio della denominazione di Piazza Venezia a Roma. ”Se per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia si è deciso di incidere nella toponomastica – afferma – penso che sia una occasione irripetibile per modificare la denominazione di Piazzale Loreto a Milano in Piazza dell’Unità d’Italia».

L’ «ipotesi di Mussolini » (junior) non brilla per originalità: di fatto non è altro che la riedizione, riadattata , in occasione delle celebrazioni dell’unità d’Italia, di una «idea » lanciata senza esito, nella tarda primavera del 2005 da Stefano Zecchi, assessore alla Cultura di Milano, il quale aveva proposto di "cambiare il nome di Piazzale Loreto in Piazzale della Concordia".

«L’idea può sembrare stramba, ma è di quelle interessanti. L’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Stefano Zecchi, propone di cambiare il nome di Piazzale Loreto in Piazzale della Concordia. Sarebbe un buon segnale di una volontà di superare la storia senza dimenticarla, di costruire un futuro condiviso sulla base di un passato comunemente riconosciuto. Le ragioni per dubitare, purtroppo, ci sono: e sono tutte legate al valore della memoria antifascista, elemento su cui la sinistra, impregnata di un comunismo che si ostina a non voler sottoporre al processo che la storia gli riserva, insiste da 60 anni per avocare a sé le ragioni della democrazia. L’esposizione da macelleria che il 29 aprile 1945 ebbe luogo in Piazzale Loreto segna uno spartiacque nella storia italiana, e purtroppo nel segno dell’inconciliabilità delle fazioni protagoniste della lotta di quegli anni decisivi a tutto vantaggio della resistenza di marca comunista … Coloro che si autoproclamavano migliori di quelli che combattevano non si dimostrarono poi così diversi: preferirono una giustizia sommaria, una strage, al posto di una cattura con un conseguente regolare processo a carico del Duce e dei suoi sodali. Piazzale Loreto divenne così lo sconcio altare dell’ostensione dei macellati, luogo del rito macabro con cui si illudevano gli italiani della fine delle violenze e dei soprusi».

E’, questa, una prosa ormai talmente ricorrente da risultare monotona, con i suoi luoghi fissi, la sua retorica mesta e vittimistica e malcelatamente pretenziosa e offensiva, da non meritare altro commento che il rinvio a quanto sulla pacificazione, i revisionismi, il fascismo è stato pubblicato su incidenze. L’unico tratto notevole del brano citato è il titolo: « Piazzale Loreto: la concidenncordia impossibile». Come se il consueto vittimismo fascista facesse capolino un briciolo di realismo.

Ma torniamo alla «ipotesi di Mussolini ». In base a quanto ha dichiarato quest’anno la deputata fascista in un’intervista a la Repubblica a ridosso del 25 aprile, il senso della sua [riedizione della] proposta di cancellare il nome di Piazzale Loreto ricalca la "fliosofia" di chi (con minori speranze) l’aveva preceduta:
«finché l’Italia non riconosce lo scempio di piazzale Loreto – ha sentenziato – non possiamo parlare di alcuna pacificazione, questa non potrà mai esserci. Altro che invocare la memoria condivisa. Quale esempio può esserci da lì per i giovani e per le generazioni future…».

Venendo al titolo dell’intervista alla Mussolini, esordiva con la frase «Piazzale Loreto: ferita aperta».

E qui sta il punto: per la Mussolini, la ferita aperta consiste nell’esposizione a Piazzale Loreto, dei corpi appesi per i piedi (al fine di esporli evitando il possibile scatenarsi sui cadaveri della furia della folla) di Mussolini, della sua amante Petacci e di alcuni gerarchi fascisti il 29 aprile 1945. Questa immagine, che ha avuto per anni un valore simbolico di monito e segno della disfatta e del la condanna irreversibile fascismo, diffusamente identificata nella memoria collettiva con Piazzale Loreto, ha iniziato, in epoca revisionistica, a essere riciclata nella vittimologia fascista (ben esemplificata dai brani sopra citati). Si spazia in campo che va da "i partigiani non erano migliori dei loro nemici" (i repubblichini (e, chissà, anche dei nazisti…) fino al "Mussolini martire – partigiani assassini"…

Ma così (re)interpretata, staccata, isolata dal contesto storico, l’immagine del Duce appeso per i piedi – per quanto vera – falsa il senso di Piazzale Loreto.

Perché, per chi conosce la storia della Resistenza, quell’episodio è soltanto l’epilogo, la storia di Piazzale Loreto non comincia lì.

Il 10 agosto del 1944, per rappresaglia contro un attentato a un camion nazista attribuito ai partigiani (un’attribuzione che Giovanni Pesce ha sempre contestato), 15 tra partigiani e antifascisti, prelevati dal carcere di san Vittore, vengono fucilati a Piazzale Loreto, e i loro corpi ammassati ed esposti in pubblico, con cartelli offensivi e sottoposti agli oltraggi dei fascisti.
Piazzale Loreto è innanzi tutto questo.

E’ questo – iscritto nella memoria e impresso nel cuore di migliaia di milanesi, di milioni di antifascisti – che si vorrebbe cancellare, cancellando il nome di un Piazzale che è un cardine della nostra storia.

E su questo, con gli eredi e gli epigoni del nazifascismo non abbiamo nessuna storia da condividere.

E nulla da spartire, niente da dimenticare.

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