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Ancora sul presunto silenzio delle donne. un articolo di Adelaide Coletti

Gridare al "silenzio delle donne" (o delle "femministe") è una forma discorsiva già molte volte sperimentata per soffocare il dissenso, ignorare prese di posizione scomode o non allineate, ed emarginare le pratiche di resistenza che quotidianamente le donne mettono in atto nelle strade, nei luoghi di lavoro e di "non lavoro". Ne avevamo già parlato qui a proposito delle oscene strumentalizzazioni dell’omicidio di Hina Saleem (e tante altre).

Più volte abbiamo affermato che altrove andava denunciato un colpevole silenzio, quel silenzio che nell’Italia del pacchetto sicurezza, dei respingimenti, delle morti in mare e nei Cie, della progressiva clandestinizzazione, precarizzazione e criminilizzazione di strati sempre più ampi della società, non può che essere complice.
Ma gridare al silenzio delle donne è una pratica efficace, alcune se ne rendono (per quel perverso meccanismo che talvolta unisce vittime e carnefici o forse per questioni molto più pragmatiche, chissà) inspiegabilmente complici, stabilendo che è il momento, da questo silenzio, di uscire. Chi in silenzio non è mai stata (e non siamo poche) avverte, comprensibilmente, un certo fastidio tutte le volte che una tale forma discorsiva viene messa in campo. Ultimamente la strategia del "presunto silenzio delle donne" , dopo le rivelazioni estive sulle imprese sessuali del premier Berlusconi, ha rifatto capolino nel dibattito, e in grande stile. Domenica 5 settembre il quotidiano L’Unità ha ospitato un ampio resoconto del forum Il silenzio delle donne (costituito da giornaliste de L’Unità, deputate e parlamentari del Pd, femministe storiche), tutte a ribadire che è necessario "uscire dal silenzio, farsi sentire. Adesso. Perché le cose stanno già accadendo: la mortificazione, ogni giorno, di troppe donne". Qualcuna si è chiesta sgomenta leggendo: e tutto quello che ho fatto/detto/scritto (a volte anche urlato) finora, che fine ha fatto? Molto giustamente, qualche tempo fa, Floriana Lipparini (in un articolo dal significativo titolo di Non stiamo in silenzio) invitava le donne che avevano aperto il dibattito sul presunto silenzio delle donne, a non confondere "il non esserci con il non comparire", denunciando i meccanismi di potere che portano molte a non conquistare le prime pagine dei grandi quotidiani, una poltrona nei salotti televisivi o cinque minuti di celebrità nelle news dei telegiornali. Lipparini invitava anche a fare "un giro in internet", nei siti e blog gestiti da donne, a leggere quanto scrivono, fanno, propongono. Non so se Nadia Urbinati o altre del forum sul (presunto) silenzio delle donne lo abbiamo fatto. Non so quindi se hanno letto (o leggeranno) l’articolo di Adelaide Coletti, Il presunto silenzio delle donne e le politiche di disciplinamento.

Ed è un vero peccato, perché illumina sulle ragioni che hanno portato tante donne, me compresa, non soltanto a provare fastidio per l’ennesima ingiunzione ad uscire da un silenzio nel quale non ci siamo mai accomodate, ma anche verso i termini nei quali il dibattito è stato costretto e gli intenti che ha rivelato. Scrive Coletti: "L’intento sembra essere quello di promuovere un mobilitazione femminile in autunno e la motivazione di fondo di questa chiamata alla piazza è l’indignazione circa le abitudini sessuali di Berlusconi, la mercificazione del corpo delle donne perpetrata dai mass media e da una politica che si sostanzia nell’intreccio sesso – denaro – potere usato come un’ arma di fascinazione e ricatto che ogni donna prima o poi incontra nel percorso volto alla sua realizzazione, considerata esclusivamente nell’accezione liberale e dunque come possibilità opportunistica di vincere la competizione con gli uomini e affermarsi nell’arena professionale. Questi argomenti sono l’unico focus di un dibattito che ne omette la connessione con le reali condizioni di vita delle donne -native e migranti- nel nostro paese, determinate da interventi etici che riportano i corpi a contenitori biologici, dalla privatizzazione dei servizi, dal doppio carico dal lavoro produttivo e riproduttivo, dalle politiche xenofobe, nonché della complicità femminile con i meccanismi di cooptazione del potere. All’omissione di questioni politiche nodali si somma l’esclusione dei soggetti della trasformazione: barricate dietro il paravento del presunto silenzio delle donne, escludono tutto ciò che si muove nella società". Poiché non sono certa che l’articolo di Adelaide Coletti sarà pubblicato sulle pagine del L’Unità (anche se pubblicarlo potrebbe essere un primo passo per rompere quel silenzio che si denuncia), invito a leggerlo QUI. Buona lettura e riflessioni.

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