- Gennaro Carotenuto - http://www.gennarocarotenuto.it -

Meditate che questo è stato (Primo Levi)

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Oggi, 1° settembre, è stato il settantesimo anniversario dell’aggressione nazista alla Polonia, il primo vagito della seconda guerra mondiale, probabilmente l’esperienza bellica più devastante dell’intera storia del genere umano, non solo per l’altissimo numero di morti, militari e soprattutto civili, ma per la tipologia, la natura, la quantità dei massacri, degli eccidi, dei crimini contro l’umanità.

La seconda guerra mondiale ha coinciso con l’accelerazione dei progetti di sterminio del popolo ebraico da parte di Hitler. Ha visto affermarsi l’uso su larga scala dei bombardamenti a tappeto contro obiettivi civili, una pratica inaugurata nel ’36 in Spagna [1] dai nazifascisti e replicata negli anni ’40 tanto dall’aviazione tedesca, quanto da quella alleata. Ha visto succedersi gli eccidi di civili, passati per le armi in risposta alle azioni dei partigiani. Si è conclusa, infine, con gli unici bombardamenti atomici mai condotti, nella storia, contro bersagli umani.

La seconda guerra mondiale, che pure non raggruppa tutti i buoni da una parte e i cattivi dall’altra (molteplici furono gli interessi di parte dei “buoni”, le cui intenzioni vanno spogliate di un’eccessiva retorica), non fu una casualità, bensì la conseguenza ineluttabile delle ideologie fascista e nazista, che ne contenevano, sin dall’inizio, i germi. L’Italia di Mussolini doveva «tornare» a costruire un impero, come al tempo degli antichi romani, e il Duce aveva bisogno «di qualche migliaio di morti» per sedere «al tavolo di pace», una volta finita la guerra.

L’intera educazione del cittadino durante il periodo fascista, la maniera in cui era concepita una società rigidamente gerarchica, stretta intorno al corpo del capo, altro non era che preparazione alla guerra. Le nascite dovevano aumentare perché Mussolini aveva bisogno di soldati. Per garantire un maggior numero di figli, alle donne [2] furono imposti canoni fisici ed estetici precisi. Una volta nati, i giovani italiani crescevano nel culto del Duce, inquadrati in organizzazioni paramilitari. Intanto, l’Italia si lanciava in avventure coloniali; nel ’36 aggrediva la Repubblica spagnola insieme alla Germania, nel ’38 introduceva le leggi razziali nel proprio ordinamento.

Allo stesso modo, anche il nazismo nasceva razzista e disposto all’omicidio dei propri avversari, mentre Hitler non faceva un mistero delle proprie ambizioni di espansione territoriale alla ricerca di quello che chiamava lo «spazio vitale» necessario per il popolo tedesco.

Ricordare la seconda guerra mondiale, oggi, significa fare memoria del fascismo e del nazismo, oltre che delle distruzioni e dei milioni di esseri umani trasformati in carne per i cannoni o in cenere passata oltre i camini dei forni crematori. Eppure, nonostante la retorica delle cerimonie ufficiali, è elevato il rischio che la più grande tragedia bellica vissuta dal genere umano non sia interiorizzata e non costituisca uno strumento per leggere il presente, né il necessario monito a non ripetere gli errori del passato.

Che cosa c’impedisce di trarre un insegnamento da ciò che è stato e che non dovrà ripetersi?

In parte, l’appropriazione della categoria di «male assoluto» che alcuni hanno perseguito, ergendo se stessi a vittime per antonomasia, in una specie di lotta a chi ha sofferto di più che li autorizzerebbe a vantare una specie di diritto d’autore, fondato sull’originalità della propria sofferenza; una peculiarità talmente assoluta da rendere legittimo qualunque comportamento, a mo’ di risarcimento per i torti subiti.

Sarebbe difficile, diversamente, comprendere perché alcuni fra i discendenti di quel popolo che più di tutti ha subito le conseguenze del razzismo nazifascista giungano a macchiarsi di comportamenti che ricordano quelli della Wehrmacht hitleriana. Senza voler sovrapporre due esperienze diverse (lo Stato d’Israele non è nazista), non si capisce perché susciti sempre tanta indignazione il semplice fatto di rilevare le analogie esistenti tra determinati comportamenti dell’Idf (Israel Defense Forces) e quelli dei soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

Tra il dicembre del 2008 e il gennaio dell’anno in corso, durante l’operazione militare «Piombo fuso», Israele ha bombardato a Gaza edifici nei quali erano costretti esseri umani, anche civili, anche minori, impossibilitati a fuggire altrove. Onestamente, non vedo quale sia la differenza rispetto al celebre episodio raccontato da Simon Wiesenthal nel libro Il girasole, quando una SS moribonda gli domanda il suo perdono di ebreo per il terribile crimine commesso contro centinaia di ebrei, rinchiusi in un edificio poi dato alle fiamme.

Riconoscere l’affinità tra due situazioni analoghe (esseri umani costretti in trappola e poi deliberatamente sterminati col fuoco o con le bombe) dovrebbe fornire a uno Stato che si proclama democratico l’idea esatta del significato reale dell’attuale gestione dei rapporti con i palestinesi. Il che permetterebbe di trarre dalla Storia un insegnamento, senza condannarsi a ripetere gli errori del passato.

Nei giorni scorsi, l’indifferenza dell’opinione pubblica italiana per la politica del nostro governo nei confronti dei migranti (i respingimenti e le morti in mare che ne derivano) è stata paragonata sul quotidiano Avvenire al silenzio della popolazione d’Europa che, durante il nazismo, fu testimone muta dei convogli ferroviari che trasportavano gli ebrei nei campi di sterminio.

Si sono levate voci d’indignazione [3] per un paragone che, negando la “specialità” della Shoah, l’avrebbe banalizzata. Ritengo viceversa che sarebbe banalizzante (e delittuoso) prendere la Shoah, insieme con aspetti singoli che la riguardano (ad esempio il silenzio delle popolazioni europee), e confinarla sopra un altare, dietro una teca appannata che non permette di vedere le analogie che uniscono un passato terribile a un presente certo non pacificato. Se l’indifferenza, o la connivenza, dei cittadini di quei Paesi dai quali partivano, o dove giungevano, i treni della morte non serve oggi almeno per scuoterci dalle nostre indifferenze e apatie, si potrà dire, a buon diritto, che dall’immane tragedia della Shoah non siamo stati in grado d’imparare nulla e che tutte quelle morti sono state invano.

Che la storia è destinata a ripetersi.

Un altro segnale del mancato apprendimento della lezione costituita dai totalitarismi nazista e fascista (nonché dall’esperienza della guerra mondiale) è il proliferare, oggi, di gruppi, movimenti e partiti di estrema destra, che si distinguono talvolta per il loro richiamarsi a personaggi, simboli e parole d’ordine del passato, talaltra invece per un comportamento violento, simile a quello degli antichi squadristi, e certo non in linea con il diritto di tutti a vivere in sicurezza in società.

Lo scorso mese di luglio, nella mia città, Aosta, è “sbarcata” CasaPound, associazione che fa richiamo, nei propri simboli, all’esperienza fascista. Bene: l’esperienza fascista è quella di cui si è parlato qui sopra, quella che ha portato alla guerra, alle leggi razziali, alla morte di molti milioni di persone.

Tornerò a parlare di CasaPound. In questo articolo, si converrà, non è rimasto lo spazio.

Da http://mariobadino.noblogs.org/ [4]